NARRATIVA

 

Questo breve racconto intitolato “Per un pezzo di pane” narra la vicenda della tragica morte di un operaio 40enne, padre di famiglia, visto con gli occhi di sua figlia. È la storia reale di una semplice e onesta famiglia siciliana che da un giorno all'altro si trova catapultata nel più orrendo incubo che l'essere umano possa sopportare, ossia la perdita di una persona cara.

La figlia - nel libro non ci sono nomi, non compaiono molte figure attorno alla storia - all'epoca del tragico evento è tredicenne e si ritrova di colpo con un padre in coma in ospedale.

La sofferenza si abbatte su di lei, sua madre e sua sorella di 11 anni.

I tragici eventi ti fanno vedere le cose sotto tutto un altro punto di vista. Cominci ad apprezzare i piccoli gesti, a considerare futili e poco importanti le cose che prima non ritenevi tali. Ti ritrovi a pensare a come potevi comportarti in maniera diversa, a concedere più sorrisi, più amore. Quando stai per sapere di perdere una persona, un affetto così importante ripensi, vai a ritroso, come va a ritroso la nostra protagonista, anche se solo di tredici anni.

Con una scrittura lineare, semplice ma non banale, la Dominici ci fa notare come quel “pezzo di pane” che dà il titolo al libro, sia il fulcro a cui l'essere umano è legato, raramente ci si può concedere di più.

Il pezzo di pane da guadagnare per cui l'operaio perde la sua breve vita, un incidente che si poteva evitare, uno dei tanti tantissimi infortuni sul lavoro, dove la sicurezza anche la più elementare viene a mancare.

Precipitando da una costruzione di sette metri di un cantiere edile. L'agonia sarà lunga, gli verranno tolti milza e rene. La famiglia sarà costretta quotidianamente a percorrere chilometri dal loro paese fino all'ospedale di Palermo.

Senza mai utilizzare frasi e parole aggressive e vendicative, nel libro traspare in maniera evidente la rabbia, quella rabbia che più incombe e che riecheggia, rivolta ai responsabili dell'omissione della sicurezza sul posto di lavoro, che avrebbe potuto salvare, in questo caso, come in tantissimi altri, una vita umana. Ormai le morti bianche non fanno neanche più notizia, quasi scompaiono dai tg e dalla stampa.

La piccola protagonista legatissima al papà vive questa esperienza in primo persona nel periodo più delicato dell'adolescenza dove un padre è la figura più importante, un punto di riferimento, un'icona.


                                                            Emma Colocci

Per un pezzo di pane

Dominici Patrizia


Midgard editrice - 2009

Uno comincia a leggere il libro di Orletti e immagina sia la solita storia del provinciale che parte per la grande città industriale. Invece no. È il racconto di De Filippis - in prima persona - la sua descrizione, dettagliata, degli infiniti colloqui tenuti per ottenere un posto di lavoro alla Sav-I (Società anonima veicoli industriali), tanti incontri e tante formalità, come se si stesse oltrepassando la dogana. Un tetris senza fine, in "una guerra fratricida in cui i candidati si sparano addosso per eliminarsi a vicenda".

Ecco, si inzia così, tra divertenti non-pronuncie di un inglese volutamente evitato di pronunciare correttamente (folcsvaghen, gugol, biemmevù, viustel, sciagall, un inglese a metà, a voler intendere che non serve a nulla se poi la qualità si mastica con ben altre parole, più dure, meno gentili e cordiali) e una sana voglia di rivalsa che pervade il nostro giovane in cerca del posto fisso, un lavoro che invece si rivelerà diverso da quanto ci si aspettava. Sogni a tempo determinato?

Orletti racconta di cose serie alternando il tono serio a quello divertente, descrivendo talvolta quei "lavoratori che non hanno capito di avere lo stesso potere contrattuale di uno schiavo d'America ai tempi della guerra civile" come fantocci che imitano se stessi.

Si legge di giovani, di questo popolo in cerca di un'occupazione in "un Paese che toglie la voglia di scegliersi un lavoro", che costringe a elemosinare un contratto di lavoro, racconta di sogni quasi infranti (il protagonista dipinge, adora Modigliani), di possibilità nascoste (la scrittura, se solo avanzasse un po' di tempo), di attimi preziosi rubati al lavoro e al sonno (la lettura), un racconto fatto di carte mai scese, di assi mai calati, Valentina - la sua ragazza - che non c'è mai, le contraddizioni del mondo lavoro, la sicurezza che non c'è ("i muletti che corrono son rischiosi"), i clandestini che si nascondono sotto i camion per fuggire dalla povertà del loro paese rischiando la vita, prepotenza dei capi in azienda, mobbing spudorato, operai cassintegrati, atteggiamenti ovvi da parte dei responsabili ("se mi accompagni in una sala d'attesa che sopra c'è scritto Sala d'attesa e mi dici di attendere vuol dire che hai scarsa fiducia nell'intuitività delle persone"). E poi ci sono una miriade di cose che non fanno curriculum, ma son certo che "il padre di famiglia che ha un mutuo e che ha perduto il lavoro, sarà più affidabile del giovane col jeans firmato". Un lavoro che ti ruba il tempo, fino all'ultimo secondo, si diventa una macchina senza sosta, come "ceplin in tempi moderni".

L'autore riesce a mescolare tutto quanto con una scrittura secca, asciutta, comica in alcuni passaggi (ma ci vuole, aiuta a sorridere di cose che altrimenti non farebbero di certo sorridere), una scrittura immediata, a metà strada tra la fabbrica e il lettore, un ponte levatoio del Medioevo che permette di entrare in una dimensione che non si conosce bene affondo, come s'intuisce da certi ragionamenti (ad ogni notizia di morte sul lavoro si pensa a nuove leggi, si pensa a modificare quelle esistenti, ma nessuno tra quelli che parlano sanno cosa succede in una fabbrica: quante volte ci si mette i guanti, quante volte si indossa l'elmetto, pochi sanno quanta sicurezza ci sia in una fabbrica, nonostante le leggi. Ma basterebbe rispettarle, farle rispettare, non occorrono nuove leggi).

E come fossimo ancora nel Medioevo ecco le agenzie interinali, che guadagnano sul lavoro prodotto dagli altri, agenzie interinali al posto delle estinte agenzie di collocamento, quelle gratuite, queste a pagamento.

Continua con l'inglese senza pronuncia, perché "il colletto bianco usa l'inglese per segnare il confine fra lavoratore pensante e maestranza. Il colletto bianco è convinto di essere il lavoratore pensante". E anche se ti fanno credere che sei l'anello mancante che cercano per l'azienda ("ma le professionalità che cercate dipendono dalla mia laurea?"), poi "quel che davvero mi deprime di questo piano di inserimento è il fatto che al termine di ogni giornata di inserimento devo fare una relazione dalla quale si capisca che mi sento già molto inserito": come dire, molto inserimento, poca formazione, nessun lavoro.

È un flusso di memoria, una scrittura che si lascia prendere per mano dal pensiero e ci si confonde, un flusso di parole (di joyciana memoria) che riempie la testa, tradito dalla poca - ma giusta - punteggiatura presente nel libro.

Lo stage descritto come un avvicinamento al lavoro, una prova, un'esperienza di lavoro, datori di lavoro esigenti che vogliono tutelarsi in tutto e per tutto, ma voi "assumetemi a tempo indeterminato e vedrete che, se mi fa schifo lavorare in Sav-I, mi dimetto senza preavviso dopo una settimana".

E da dentro accorgersi e analizzare quanto sia cambiata la società, la gente, e non solo per le feste dell'unità, dove adesso gli stand sono pieni di scarpe o di gelati, di oggetti tecnologici e si tira dritto dinanzi alle associazioni multiculturali e umanitarie, dove i libri costano come nelle librerie (e il risparmio dov'è?) e nelle lotterie scooter impossibili da vincere (primo segnale di un distaccamento dalla gente?). Solo i pelusc escono dalle feste - ci dice De Filippis, a conferma che tutto è finzione.

La perdita della coscienza politica, quando occorrerebbe creare, fondare, inventare, "nessuno ha pensato mai di forgiare un partito, che vuole dire che almeno un'anima c'è già, che la sostanza c'è già", un'ideologia esiste già... che non bisogna inventare pure quella.

Operai che tirano il collo per arrivare a guadagnarsi da vivere, tirano il collo come le muse di Modigliani. Ma "il datore di lavoro non deve chiedere al dipendente di avvitare e basta, senza nemmeno sapere cosa sta avvitando e perché e cosa verrà fuori alla fine della linea di montaggio... Gli deve chiedere di usare la propria intelligenza... perché ci sono cose che ignorano perfino i grandi capi e che invece l'operaio conosce alla perfezione"... "una cosa che ti metta la voglia di lavorare, perché a un certo punto tu possa dire Ecco e anche questa è fatta", l'operaio deve partecipare al prodotto finito, sapere a cosa sta lavorando ma vedere anche che dalle sue mani esce forgiato l'oggetto finale, una "spiegazione" per il suo lavoro, una forma di partecipazione attiva. Forse in quest'ottica allora si potrebbero intendere quei bagni smontati in ditta, "per riprendersi qualcosa che era anche loro".

Finché arriva la ribellione (ormai senza stipendio da mesi, De Filippis scrive in una lettera tutte le cose che l'azienda fa e che non dovrebbe fare, o quelle che non fa e che invece dovrebbe... fotocopie, caffè, incarichi più o meno qualificanti, diritto allo sciopero, assistere assemblee, permessi, malattia ferie inesistenti). Esistono leggi che tutelano i lavoratori anche in questo caso, ma nessuno le applica, e ci si dimentica delle lotte dei lavoratori del passato, molti non ne conoscono il senso, taluni vorrebbero cancellare quelle leggi, come quegli oggetti ritrovati negli armadietti, "li apri e c'è un mondo, potrebbero raccontare da soli tante di quelle storie", "storie di uomini imprigionate nell'alluminio", sono oggetti ritrovati trattati come reliquie, una tuta blu, la biografia di un pittore, con la fantasia si corre a immaginare di chi fossero... Vite incomplete, mai concluse perché un incidente sul lavoro li ha strappati via prima dai loro passi o perché l'amianto entrato in corpo non ha lasciato scampo, come la Settimana enigmistica incompleta e gli album panini incompleti, altre fantasie, altre necessità, di quando ci si divertiva con poco, di quando quel poco bastava a farci vivere e a farci sognare. La stessa sensazione di incompletezza che pervade la nuova generazione che fatica a comprendere il senso di quegli oggetti ritrovati negli armadietti.


                                                                                       Federico Parrella


Quando il lavoro diventa

un dramma. Alla perenne rincorsa del “pezzo di pane”

Il viaggio di un giovane precario all’interno della fabbrica e dei suoi mille (negativi) risvolti

Mi sento già molto inserito.

Cronache dalla fabbrica (dis)integrata

di Mauro Orletti


Zandegù Editore - 2009

Racconti piccoli, piccolissimi, minuscoli e cattivi. Nei racconti di questo testo molte storie tristi e allegre si intrecciano dandosi la mano.

Dalla passeggiatrice delle stelle, alle anime perdute lungo la rincorsa demografica, disinteresse misto a curiosità fanno di queste narrazioni un intreccio di satira (a volte fin troppo arguta) e malinconia mascherata, come nel caso degli obblighi del Re del giardino.

"Se eviti di agitarti, sopravvivi. Ci vuole controllo, calma, quando non sai cosa fare" si legge nell'introduzione,

ma si capta invece una frenesia talvolta alternata ad attimi di lucida "pazzia" quotidiana.

Spesso ciniche, le parole convergono anche in passione, autodifesa, piccoli intoppi quotidiani e metodi di duplicazioni superati col sorriso, anche se tutto questo humour del tutto inglese arranca al cospetto della tv pigliatutto. Scene di vita così lontane raccontate in maniera originale che sembrano non appartenere al mondo che viviamo.


                                                                    Giusy Favalli

Corti. Racconti piccoli, piccolissimi, minuscoli. E cattivi


AA.VV.


XII Online - 2007

Humour tra cinismo e divertimento, brevi riflessioni sull’intendere la vita

È la storia di un giovane libanese che è costretto a fuggire dalla città natìa di Eclave e che per evitare i maltrattamenti del suo patrigno si imbarca clandestinamente su una nave per poi giungere a Creta, e dopo l’attacco giapponese di Pearl Harbor si arruola nell’esercito britannico. Il suo sogno era fare il soldato per divenire un eroe e ben presto si accorge (siamo nel bel mezzo del Secondo conflitto mondiale) che la guerra non è quella che è idealizzata nella mente degli uomini e raccontata nei libri, ma è qualcosa di terribile, di duro e di inumano.

Catturato dai tedeschi e deportato in un campo di concentramento di Flessenburg al confine con la Polonia riesce a fuggire in maniera rocambolesca nascondendosi in un vagone di un treno merci per poi giungere a Carchitti in un piccolo paese a sud di Roma e fare il partigiano nella zona del Castelli romani e della provincia di Latina. Qui combatterà e incontrerà la donna della sua vita e poi divenire padre di una bimba.

Liberamente tratto da una storia realmente accaduta, la narrazione si sviluppa in maniera armoniosa, lieve e magica come una favola raccontata, densa di storie e di significati, in primis il passaggio dalla fanciullezza alla maturità, così come la voglia di lottare per la propria libertà contro l’oppressione, attraverso la descrizione di una varia umanità che si impegna in forme diverse nella lotta contro l’invasore tedesco. E’ un racconto che trasmette la solenne lentezza delle storie narrata dai nonni la sera vicino al camino dove la storia e il mito a volte sembrano confondersi.

                                                                                    Giovanni Parrella

Partigiano per caso

Renzo Moretti


Il Rovescio Editore - 2008

La guerra come qualcosa

di terribile, duro, inumano

La scommessa dell'integrazione passa anche da qui, da questo racconto - breve ma intenso - che narra il cambiamento di un vicolo di Napoli all'arrivo di due extracomunitari, che il barista simbolo del posto decide di ospitarli in casa, contro tutto e tutti. E per sottolineare il concetto della memoria che colpisce tal volta gli uomini che han vissuto (ma presto dimenticato) la clandestinità in prima persona, l'autore - Domenico Infante - prova a ricorrere ai tempi della guerra, quando si era tutti assieme vittime e tutti assieme si attendeva il cessare dei bombardamenti.

Ma come chiamarla se non guerra il continuo tribolare, le continue umiliazioni di chi vive quotidianamente questo essere straniero, extracomunitario, nemico, diverso, lontano...

Don Saverio prova a imbastire ogni ragionamento con la saggezza che gli è propria per spiegare a chi è già “straniero nel vicolo" cosa voglia dire ospitalità e integrazione. Per chi, come lui, ha vissuto la miseria, allo stesso modo non deve essere difficile il comprendere e l'aiutare chi soffre. “Stranieri come tutte le facce che stanno dietro le finestre di questo vicolo, di questo quartiere, di Napoli, del mondo”.

Di questa Napoli, di questo vicolo che tanto somiglia ai bassi descritti da Eduardo De Filippo nelle sue commedie, ed è merito dell'autore l'essere riuscito a farci sentire di nuovo quel profumo, quei rumori rivivere quell'atmosfera, con tutte le cose che la scuola non è capace di dare.

E Infante mi permetterà di “chiudere" con un suo verso che tanto somiglia ai toni, alle parole usate dal grande De Filippo, e che diventa inno dell'integrazione: “e oggi voi che non siete meno immigrati di questi ragazzi, volete controllare il loro passaporto, il permesso di soggiorno?".

                                               

                                                                    Lorenzo Soriano

Cronache del vicolo


Domenico Infante



Scrittura & Scritture - 2009

La novità dell’integrazione nella vita di tutti i giorni

in un vicolo di Napoli

“Torino Napoli sola andata" ci racconta l'adolescenza di una ragazza torinese trapiantata nel napoletano. In questo romanzo scritto in modo semplice, quasi a mo' di diario, si avvicendano le prime importanti

esperienze di vita: la scuola, le "temute" e nascenti esperienze sessuali, le fatiche alla ricerca di un lavoro e i rapporti del tutto cordiali e per niente combattuti - direi - quasi facilitati, con i genitori, a mio avviso

fin troppo permissivi, comprensivi e sempre dalla parte dei figli.

La notte di capodanno del '74 i nostri giovani protagonisti incontrano un ancora sconosciuto cantautore italiano dall’aspetto strano, un tal Edoardo Bennato che allieterà una platea di gente venuta a curiosare mentre fuori fuochi d’artificio imperverseranno fino a mattina inoltrata. Due città perennemente a confronto, la caotica e solare Napoli contro la nebulosa e fredda Torino.

Sono gli anni Settanta, gli anni delle ribellioni, della libertà, con loro percorriamo luoghi della terra campana e della nostra penisola, i primi viaggi in interrail, intervallati dalle tipiche faccende amorose, degli amori sbocciati che ti fanno sussultare il cuore ma che con grande spensieratezza a 17 anni riesci anche per poco tempo in cui si è lontani, a “rimpiazzare".

I due protagonisti vivono appunto in queste due metropoli, non riescono a stare lontani l'uno dall'altra, ma vista anche la giovane età di lei non hanno la volontà e la capacità di vivere insieme. Alla fine il lasciarsi e il riprendersi diventa quasi una routine troppo comoda.

Un racconto quello della Izzo che può essere la storia vissuta di ognuno di noi, tra gioie, aspettative, sogni, amori perduti e morti improvvise. L'autrice ci tiene a sottolineare che non è autobiografico, ma alla fine qualche dubbio fa capolino...


                                                                                    Emma Colocci




Gigliola Izzo

“Torino Napoli sola andata"


Scrittura & Scritture

Amori e speranze

nella Napoli anni ’70

La guerra come una prigionia che ti fa rinchiudere in te stesso e ti fa sentire forte la voglia di fuga.

Tutto inizia dalla "fortuna" di aver avuto la casa crollata per i bombardamenti e da lì la possibilità di lasciare il fronte e tornare a casa, giusto poco prima che gli scontri bellici s'inasprissero ancor più sul territorio italiano. Così l'autore in questo breve racconto descrive la guerra vissuta dal sottotenente Aldo De Luca, periodo 1943, quando senza poter correre nei rifugi si era costretti a restare dove si era, "giocandosi la pelle a nascondino".

Ricordi di quel tempo di guerra s'intrecciano a pensieri e desideri che son rimasti tali, in una pietas colorata dove anche il "cielo di notte scendeva ad accovacciarsi a terra".

Non c'erano religioni, preghiere che potessero colmare la distanza tra la pace e il conflitto, non restava che sperare nella "bona sciorta", cercata e trovata nella fuga disperata e notturna su una imbarcazione di fortuna, portata a destinazione a forza di far forza sui remi impietosi. la gioia delle piccole cose.

Come il trovarsi altrove, per togliersi la guerra di dosso.


                                                                           Lorenzo Soriano


Il cielo in una stalla

Erri De Luca


Infinito edizioni - 2009

La libertà nelle piccole cose

senza fare alcuna distinzione

tra le religioni

Gli angeli vanno a dormire presto

Veronica Tinnirello


Coniglio editore - 2009

Un intero mondo di pasticche e di fantasia estrema racchiuso in queste pagine, viaggi al limite dello spazio temporale (anno settimo di un secolo improbabile) descrivono l'esistenza di un vecchio mondo di ferro.

Ma è lo stesso mondo animato-inanimato che diventa palcoscenico per esistenze di plastica, lontane dal reale. E quanta vita urlata, bistrattata, presa in giro e calcolata, desiderata e persa tutto questo risiede tra le pagine intrise di un sapore futuristico, con la Tinnirello che non palesa timore nell'utilizzare termini così diversi per descrivere destini crudeli.

“Ti ho mai detto che un giorno c'era un pazzo che urlava per strada?", pistole pulisci cervelli usate come detonatori per la mente come se si viaggiasse lungo un binario a doppia destinazione tra l'incubo e la vita, quasi a voler marcare le impossibili differenze tra loro.

Come infinito contro infinito, due assiomi di diversa natura che non possono essere paragonati, la voglia di aggredire la propria vita ribadendo il proprio Io a suon di dubbi e sensazioni.

Per non essere a tutti gli effetti semplicemente un “cadavere in lista d'attesa per la rianimazione”.

                                                                              Giusy Favalli   

Storie narrate intrecciate

alla fantasia cercando di

non perdere nessuna occasione

Preoccupati dei vivi è la storia di Omero, ex partigiano scampato fortuitamente a un agguato mortale che coglie i suoi compagni di lotta del Distaccamento “Aldo” per mano delle Brigate nere a Rolo in un piccolo comune della Bassa Reggiana a pochi giorni dalla Liberazione.

Questo romanzo traendo spunto dalla storia di una formazione partigiana che ha realmente operato nella Bassa Reggiana e nel modenese sviluppa attraverso i ripensamenti del protagonista Omero elementi di riflessione su due piani storici completamente diversi: quello della Resistenza e dell’immediato dopoguerra e quello degli anni ’70.

Attraverso questo personaggio si narrano innanzitutto i suoi conflitti interiori dovuti in primo luogo nell’essere l’unico sopravvissuto della sua formazione che fu annientata a 10 giorni dalla Liberazione. Questo porta il protagonista a sentirsi addosso la maledizione dei sopravvissuti, quella di dover trovare una spiegazione in primo luogo a sé stessi, e rispondere “perché io sono sopravvissuto e non altri” e della ricerca continua, assillante anche a distanza di anni, di chi abbia fatto la spia o di chi abbia tradito.  Ma è anche un viaggio nella memoria del Paese, nella memoria tra generazioni e forse sarebbe giusto dire nell’oblio, nella dimenticanza.

Omero invece pensa spesso ai compagni di “Brigata”, per riflettere su cosa voglia dire essere rivoluzionari, se la propria vita testimoni la coerenza con quei valori di radicalità, degli ideali rivoluzionari del comandante e amico Nicola (nome di battaglia Jim), in contrapposizione a un’Italia che spesso si dimentica facilmente dei suoi morti, dei suoi patrioti, constatando amaramente di come molti fascisti anziché essere esautorati dagli impieghi pubblici siano reinseriti nelle Prefetture, nei comandi dei Carabinieri, mentre i partigiani sono emarginati, licenziati dalle fabbriche. Insomma i fascisti sono tornati saldamente al potere come se nulla fosse accaduto come se non ci fossero colpe da espiare.

A questo conflitto interiore, si aggiunge quello generazionale tra padri e figli, dove non pochi ragazzi negli anni ’70 pensavano che combattere nella lotta armata significava non tradire quanto fatto dai partigiani. E da qui il problema della memoria che spesso cade nell’oblio o peggio ancora è travisata.

È il problema della memoria che ridiviene attuale nel momento in cui il rapporto con il figlio Nicola (chiamato così in ricordo del compagno partigiano) sembra perpetuare in lui quell’anelito verso la rivoluzione che porta spesso Omero a domandarsi se stia facendo la cosa giusta, se stia rispettando in qualche modo la volontà dei suoi compagni di lotta che ora non ci sono più. Tutto questo lo porta a riflettere sul rapporto con il figlio Nicola, contraddistinto da incomunicabilità e forse egli stesso oggetto di disprezzo perché ormai è diventato agli occhi del figlio anche lui un padrone e quindi ha tradito i valori della Resistenza, della Rivoluzione.

È una testimonianza di quanto sia duro trasmettere ciò che si è stati, specie in periodi di una guerra così drammatica, lacerante dove cercare di mantenere fede ai propri ideali e ai propri compagni non è semplice, proprio quando la cosa più semplice non è raccontare la storia, ma vivere, vivere fatti che solo dopo, talvolta casualmente, diventano Storia.


                                                                                                 Cesare Tiberi

“Preoccupati dei vivi”

di Andrea Moretti


Prefazione a cura di Agostino “Cesare” Nasi

- Comandante del Distaccamento “Aldo”,

1° Battaglione, 77ª Brigata SAP


Gingko edizioni - 2009

La storia di Omero

ci accompagna tra la Resistenza

e l’immediato dopoguerra

Storie di passioni, storie di sesso nel mondo arabo raccontate da una bibliotecaria siriana trasferitasi a Parigi, bramosa del sapere, dell'essere a conoscenza di tutte le esperienze erotiche e clandestine dei personaggi che qui si susseguono.

Nelle pagine di Salwa Al-Neimi gli uomini non hanno un nome: lo Svelto, il Viaggiatore, il Lontano e poi c'è lui, il Pensatore, questo importante personaggio il cui incontro con la protagonista la porterà a mettere in pratica tutte le teorie fino ad allora solo lette in anni di letture “segrete" degli antichi testi di letteratura erotica araba.

Dividerà la sua vita in due epoche, prima del suo arrivo e dopo la sua dipartita.

La prova del miele è l'essenza stessa della donna in un mondo dove l'amore per chi non ha un'anima non è così ben definito come lo è la passione, il desiderio, dove il corpo prevale.

Conosciamo poco della cultura erotica del mondo arabo in effetti, e magari non ci si aspetta che donne islamiche raccontino così spudoratamente in maniera del tutto normale i loro tradimenti, le loro voglie, i loro intrighi amorosi...

Ma forse un appunto da fare c'è: più che libro erotico lo definirei sensuale, un piccolo approfondimento della sessualità araba ai giorni nostri, vista con gli occhi delle donne.

                                                                         Emma Colocci

Racconti di passioni femminili nell’Islam di oggi

La prova del miele


Salwa Al-Neimi

Feltrinelli - 2009

Il libro è la storia di una passione - quella di tanti- per uno sport come il calcio.

Un ragazzo cresciuto nella Torino degli anni '70 che insegue il suo sogno di diventare portiere nella squadra della sua città, di cui è tifoso (ovviamente parliamo del Torino, non della Juventus)...

Questa storia è piena di emozioni e sentimenti che nel tempo si scontrano con la realtà dei campi di calcio delle serie inferiori, di una trafila di società e ambienti dove si passa dalla felicità per una quasi salvezza (festeggiata con i tifosi) ad una precarietà totale (e la parola non è usata a caso) fatta di improvvise partenze in prestito ad altre società, per continuare a vedere le partite tra panchina e tribuna.

In tutto questo però non c'è solo la routine del mestierante, tra fango dei campi e colpi degli avversari: c'è anche la vicenda del "Toro", seguita con i suoi alti e bassi, con la segreta speranza di vestire prima o poi la maglia granata.

Poi ci sono i racconti di vita, questioni personali e non, episodi di tifosi che si riuniscono al bar, partite di calcio giocate all'interno di Paesi in guerra che tra mille difficoltà continuano a dare spazio e vita a questi piccoli momenti di grande umanità (come ad esempio il cosiddetto "derby di guerra" tra Toro e Juve giocato nel '45 a Torino e raccontato da una vecchia tifosa con gli occhi lucidi).

Questo giro attraverso buona parte delle province d'Italia da nord a sud, trovando facce, incontri, illusioni e tanta tanta panchina, si conclude lì dove tutto era iniziato, a Torino.

In uno dei momenti più brutti della sua squadra del cuore, Alberto Maria Fontana detto "Jimmy" torna a casa, nella sua Torino, e diventa portiere di riserva del "Toro", in un'avventura che metterà a rischio la sopravvivenza della società (arrivando al fallimento vero e proprio) ma che metterà ancora una volta in risalto aspetti umani e storie di uomini osservati in prima persona da un'estremità del rettangolo di gioco.


                                                                                                 Marco Di Lollo

Il portiere di riserva

Pali, traverse, facce e panchine.

Con Torino (e il Toro) nel cuore


Marco Mathieu


Cairo Editore

Storie granata (e non)

osservate da un’estremità

del rettangolo di gioco

Il sogno di cristallo

Umberto D'Ovidio


Editrice Carabba

Il sogno di qualunque ragazzo in cerca di fortuna, che parte con la “valigia di cartone” da un paesino abruzzese per arrivare nel “profondo“ nord. Marco all'epoca diciottenne giunge a Torino nel '64 e trova lavoro in una fabbrica satellite del colosso Fiat di proprietà di una famiglia benestante delle cui grazie entrerà ben presto a far parte.

Nel racconto di D'Ovidio si alternano emozioni, ricordi, nostalgie di un passato semplice, rigoroso e ovattato, ma anche la bramosia per un futuro tutto da costruire.

Marco troverà l'amore, il lavoro e una famiglia tutta sua in breve tempo. Grazie alla sua oculatezza, caparbietà e serietà riuscirà ad affermarsi nel lavoro e col tempo otterrà una laurea in economia e commercio del tutto inaspettata. Una figura, quella di Marco, priva di bassezze, ambizioni, cattiveria.

Leggendo questo “scorcio” di vita viene da pensare che allora per qualcuno i sogni si realizzano veramente, anche quando pensi che ad essere sempre onesti, buoni ci si rimetta sempre, a volte - beh bene a sapersi - non è sempre così.

                                                                                Emma Colocci

Italia anni ’60

sogni e speranze

che a volte s’avverano

La promessa di un graffito su uno dei tanti muri di Camden Town.

E' così che inizia il nostro breve viaggio. Carla parte da Napoli per Londra, dopo la promessa fatta al suo ragazzo Piero, in fin di vita, che le chiede di tornare nel luogo in cui si sono conosciuti ed innamorati un po' di anni prima. Sembra un percorso precostituito quello della nostra protagonista, ma tutte le vite hanno misteri e segreti che le sconvolgono.

E proprio nel viaggio che la porterà a Camden, Carla si imbatterà in Alba, altro personaggio forte e “smarrito” in cui la nostra protagonista troverà complicità e a sua volta un legame molto particolare. Troverà in Alba e Libera, sua figlia, la famiglia che avrebbe sempre voluto. E stranamente si sentirà molto legata a queste due sconosciute incontrate per caso nello scompartimento del treno.

Entrambe devieranno l'epilogo dei loro tristi amori mettendo fine alle loro storie sentimentali ormai concluse da tempo.

L'autrice mette molto in risalto il modo in cui tra due donne si riesca a trovare più intimità attraverso la reciproca confessione e come si possa diventare parte integrante della vita l'una dell'altra. Forse forti del fatto che tutte e due soffrono per due amori difficili e destinati alla fine.

Dopo tante indecisioni Carla arriverà a destinazione davanti al muro... però non sapremo mai cosa scriverà.

Ma leggendo la storia è facilmente ipotizzabile.

                                                                                    Emma Colocci

Camden town

Diana Letizia


round robin

Legami forti e complicità inaspettate: segreti e misteri di una vita appena svelata

Perché "le cose importanti non sono nelle valigie, sono nella mente e nel cuore".

E da questo simil-dogma comincia la storia di Uomo (un Uomo senza nome che comprende pertanto tutti gli uomini), un uomo che dopo 40 anni esce dal manicomio, alla ricerca di una donna e del suo paese d'origine, tra ricordi claudicanti e flash di un passato che non riesce a risvegliare la sua mente in maniera definitiva. E tra gli abbagli della memoria un esercito di persone che vivono senza vivere, respirando l'aria insignificante di una città che non è più città, che non è più dormitorio, una città che non è.

Il protagonista si erge in questa battaglia dell'uno contro tutti/o in una pianure (territorio devastato e inconcludente) vissuta da individui privi d'identità che non lo aiutano, che non lo considerano, in un'atmosfera post-atomica che raggela gli occhi del nostro nel suo lungo viaggio tra presente e passato, sacra altalena di momenti vuoti e ricordi pregni di vita.

Il gioco di scendere dal treno in corsa (ovvero, perdita della giovinezza), di scendere per ultimi per vincere la battaglia quotidiana con gli altri ragazzi diventerà l'inizio di un incubo senza nome, che si ciba di ricordi sempre sull'orlo della mente dell'Uomo, vomitando la propria storia lungo i suoi passi incerti e stanchi: nasce in lui la paura della morte, la stessa morte ritrovata alla fine del "viaggio" scoprendo la pianure come luogo finto, astratto, virtuale, pieno di non-vita, colmo di morte. Una deformazione che si ritrova non solo nell'aspetto grammaticale ma anche nel territorio inteso come uno scombussolamento trovato, riscoperto, affrontato, vissuto lungo la ricerca di se stesso all'interno di una città che è ormai solo loculo per i vivi, deserto di materia sterile, muro di silenzio in una notte troppo buia per trovare la nuova rotta.

Å qualcuno potrà apparire una storia ingarbugliata, piena di alti e bassi, un tragitto letterario in cui districarsi è a dir poco impegnativo, ma è un noir avvolgente, lo si legge tutto d'un fiato, ci si addentra nelle pagine come in un gioco di ruolo avvincente e coinvolgente.

                                                                                             Lorenzo Soriano

La pianure

Giuliano Bugani


Bacchilega editore - 2009

Nelle città loculi la "pianure" si riempie di cose vane...



“Pianetanomalo" è lo specchio delle nostre città, delle nostre metropoli caotiche, in "Andrea's Day“ c'è la perdizione. I temi dell'assurdo e del mistero diventano ingredienti principali del libro della Borrello, con un'immaginazione più che florida in un condimento che trasforma ogni possibile evento del vivere quotidiano in pane distorto per la mente, nell'attesa che venga brevettato "un ddt ottimo per le tarme al cervello".

Lunghe trasformazioni in atto dentro e fuori di sè senza spiegazioni, senza forzature, senza troppi perché a circondare l'anima.

Situazioni quasi apocalittiche e surreali fanno da sfondo al continuo essere ribelli alle cose e alle persone interrompendo di getto la monotona, testarda quotidianità, dove "spazio e tempo ci servono per dare ordine alla nostra vita terrena". Ed è tutto un dissolversi in voce.


                                                                  Federico Parrella

Borderline

Chiara Borrello


Edizioni Remo Sandron

Un libro che è

un ottimo ddt

per le tarme al cervello

Il caso Vargas

Fernando Pessoa


Il Filo

In questo testo Pessoa si cimenta in una storia poliziesca-investigativa alla Sherlock Holmes: ma con lo stesso incedere, lo stesso fascino che da sempre ammiriamo leggendo i suoi versi.

Un intreccio tra pazzia e genialità.

Laconica la descrizione che fa delle tre tipologie, il genio, il pazzo e il criminale: il primo è un uomo che non può pensare come gli altri, il secondo un uomo che non può sentire come gli altri, il terzo un uomo che non può desiderare come gli altri.

Ribadendo allo stesso tempo che "nelle emozioni siamo in parte noi stessi e in parte altri". Il racconto si snoda in tutti i particolari classici di una serie poliziesca, con un solo monito: non si devono mai fare piani dettagliati o troppo concreti per il futuro, perché non c'è nulla che possa essere ricondotto ad un piano strategico, specifico e preciso.

Nessuno ha la sfera di cristallo, tanto meno non esiste lo stratega con le visioni. Non bisogna affermarsi, bensì meravigliarsi (solo il pazzo è un simulatore).

Nella sorpresa e nel gioco dell'essere sorpresi c'è la sostanza dell'essere.

                                                                                Giuliano Somma

Il sempre apprezzabile Pessoa nel caso Vargas

Vite bizzarre fuori dal coro. E proprio con la storia di un coro in epoca nazista si chiude questo libro pieno di ricordi, di sogni tenuti stretti come l'oro, sempre difficili da realizzare.

Vecchie abitudini che non passano, neanche in occasioni negative, dove l'immaginazione aiuta a vivere, o almeno a sopravvivere, ben al di là di certe "feste come divertimenti obbligatori".

Ricordi che riaffiorano in un attimo nella mente di coloro che si conoscevano già, casualità che cambiano il corso della vita, un treno perduto o una strada sbagliata ci trasportano con tutto il nostro essere in luoghi diversi e lontani: "sarebbe bello poterle vederle tutte, le proprie vite possibili, come fossero dei film".

E davvero tenera è la storia di una New York fantastica e fantasticata, abilmente riprodotta in una casa di riposo, e il tentativo di regalare un viaggio dei sogni ad un amico: la fantasia e la tenerezza al potere, traiettorie acrobatiche come quelle disegnate dai gabbiani, in un mondo dove ai burattinai si preferiscono i cartoni giapponesi e i giochi elettronici.

Sogni che restano ricordi e nulla più, senza riuscire a svilupparsi e divenire realtà, come il mare che non si cura dei pensieri degli uomini.

Un libro pieno di stupore, di voglia di vivere di perdere per strada quei riferimenti che invece vorrebbero veder persi i nostri protagonisti. Come una fucilazione che interrompe una vita, un canto, un sogno. Un coro, appunto.

                                                                         Federico Parrella

Il mare promesso e altri racconti

Riccardo Balzanini


EdiGio'

Che vita sarebbe

senza un sogno?

In bilico sul mare

Anna Pavignano


Edizioni e/o

Nelle pagine della Pavignano irrompe la storia di Salvatore, uno dei tanti "Salvatore" che fanno la doppia vita, giovani studenti lavoratori ventenni intenti in un doppio lavoro estivo e invernale come i materassi, in mare con la barca d'estate appunto, quando la bella stagione richiama i turisti sull'isola. E al cantiere d'inverno, quando arriva la necessità di sopravvivere e lavoro non ce n'è. Non è che un'altra forma di emigrazione presente in questo libro oltre alla storia di Atanganà, camerunense senza permesso di soggiorno che, scampata la morte in cantiere, verrà rispedito nel suo Paese.

L'obbligo di lasciare i propri luoghi, la propria famiglia, come accadeva anni fa ai nostri nonni, costretti ad emigrare oltre oceano: allora si chiamavano emigranti perché andavano in America, gli africani li chiamano extracomunitari.

L'orgoglio del lavoro trova spazio e nido in questo libro, l'orgoglio di chi ama il proprio mestiere e lo fa con fierezza non solo per necessità (contro lo stereotipo del meridionale scansafatiche...), un elemento fondamentale per conquistare la libertà, la tranquillità di stare bene con i fatti normali, di tutti i giorni. Il protagonista ha due vite proprio come il giorno e la notte, come il piacere e la necessità.

Combatte quotidianamente contro la morte, la vedrà di persona più di una volta e sarà eroe, salverà anche se stesso da un'impalcatura e da un amore che potrebbe distruggerlo, poi rianimarlo, poi annichilirlo e farlo di nuovo volare ancora.

Un lavoro nero, pericoloso e insicuro diviene quindi scenografia essenziale e inquietante per una storia che fin troppo s'avvicina alla realtà del nostro tempo, dove si muore di lavoro ogni giorno, ma sembra non importi più a nessuno, notizie in pasto ai gabbiani intenti a fare altro nel fumo nero delle ciminiere delle navi.

Perché il dolore bisogna sentirlo ma anche vederlo per essere compresi: bella l'idea delle piccole scintille di luce che segnalano la presenza di una sofferenza. Perché una cosa è sapere che qualcuno sta peggio di te, un'altra è vederlo con i tuoi occhi (il dolore degli altri è un dolore a metà, cantava De André).

Fanno un lavoro nero ma poi la morte la chiamano bianca, una contrapposizione insensata, sarcasticamente impietosa, meglio quindi optare per un colore diverso (marroncino?).

                                                                                      Federico Parrella

Fosse solo una questione di colore...

Noi abbiamo già cenato

Stefano Conca


Edizioni Simple

Quante diversità si possono incontrare, quanti mondi che si sfiorano, le classi sociali che camminano gomito a gomito, donne e uomini, poveri e ricchi, sani e malati.

La "democrazia" del semaforo rosso - e di ciò che ne consegue allo scattar del verde - è però lì a rimettere ordine e a far diventare tutti uguali, su una "strada che non ne vuol sapere di noi, che si fa beffa della nostra fretta".

La concezione del tempo è variabile, in base a ciò che si fa e alla situazione che si sta vivendo.

E questo vale anche per il protagonista che soffre di crisi di panico e che nelle sue vicissitudini ci racconta del suo passato di quando a scuola ha scoperto questa non-malattia, questo suo respiro corto che lo induce a temere per il peggio. Il panico racchiuso in un semaforo rosso, appunto, che ci addormenta gli occhi e non ci fa pensare.

Mentre tutto il mondo fuori si arroventa come in un complotto contro di lui, intento a cercare la sua famiglia, quest'ultima se n'era già tornata a casa.

E poiché noi "somatizziamo ciò che ci comprime" allora l'augurio che ne viene fuori è di vivere più tranquilli, sereni, pensare di più a se stessi, senza invadere la nostra testa con pensieri dedicati sempre agli altri, quando invece gli altri hanno "già cenato", senza nemmeno attendere il nostro ritorno.

                                                                            Giusy Favalli

Al dazio doganale della vita

Quattro storie di vita quotidiana, racconti ordinari narrati da diverse zone del continente, a partire dalla grande mela fino ad arrivare ai piccoli paesi alpini di provincia. Storie di amori che viaggiano sulla linea del fallimento e del rimpianto, storie di integrazioni razziali tra ebrei e cattolici, di tradimenti e di facili instabilità emotive ed economiche che culminano con il somigliarsi anche se si vive in luoghi completamente diversi, con culture diverse.


                                                                 Emma Colocci

L’animale guida

Tommaso Soldini


Casagrande

Racconti di vita

in quattro episodi

L'umanità in cammino di chi è nomade per necessità. La difficoltà di sentirsi parte di un "noi". L'unico "noi" è il noi che "ce ne siamo andati". Una storia d'amore e di struggente esistenza a cavallo di una dittatura, nel pieno collasso della democrazia, tra gente che "non sapeva smettere di dare", una vita che rappresentava una battaglia e la vita che era lotta essa stessa. Affrontare le responsabilità senza perdere la voglia di scherzare certo, un po' guevariano (“Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”) ma si combatteva contro una dittatura che chiudeva i cinema e i teatri, colpendo cultura e divertimento. Uno stadio, simbolo di sport, divertimento, svago, diviene campo di prigionia: torturati, morti, uccisi, e “c'è chi giurava che nelle notti silenziose, le grida che ne uscivano fossero udibili fin oltre le mura che lo cingevano", ragazzi che venivano portati via dalla polizia, a scuola gli insegnanti sono sostituiti da ufficiali militari, deportati su auto senza targa - desaparecidos - ma cosa si fa quando non si lotta?

La forma dell'amore e dell'abbandono, con una passione verso la parola e “divenni consumatore infaticabile di libri", con la sola convinzione che bisogna sempre offrire i sogni all'altare della sussistenza, e che “la determinazione con cui si lotta non è sempre legata alla speranza di successo", andare avanti cioè anche senza che ci sia la possibilità di vincere.

Emozionanti e intense le pagine di questo racconto mettono i brividi nel lettore, in una storia fatta di silenzi inquietanti e invalicabili, tra chi è abituato a vivere tra gli “interstizi del tempo".

Nel libro il calcio è vissuto come sport e rivalsa, e aiutava a “trasformarci nei nostri desideri", un calcio - il loro calcio - bello perché era il rifreddarsi di una felicità incurante sul fronte dell'attimo, dove ogni notte l'umano poteva spogliarsi dell'ineluttabilità del bisogno, con dentro il desiderio del ritorno in un battere e lavare che è difesa e fantasia, desideri “intenti a graffiare disperatamente una riga di sogno nella monotonia del pavimento". Persone che stanno lì a giocarsi con un pallone i propri destini, sperando che alla fine della partita tutto potesse ricominciare, cosa che non è avvenuta: e il riferimento ai mondiali di calcio del '78 ne sono una prova.

Comete che non erano in cielo stagliate ma libere e folli s'aggiravano nello spazio, ribelli, rivoluzionarie, l'improvviso in un ordine precostituito: in queste parole la bellezza di una rivoluzione dapprima interiore e poi sociale, o perlomeno il tentativo disperato di trasmettere e comunicare - testimoniare - una tragicità di quei fatti, di quegli eventi, perché un passato come quello nessuno auspica possa tornare, e se proprio ritorno debba esserci, allora "la speranza che il passato possa tornare è la speranza che i nostri gesti sbagliati possano essere redenti, riscattare le occasioni sfumate", l'illusione del ritorno non sta nella speranza che certe situazioni possano tornare, bensì che allo scadere dei tempi si riproporranno le stesse condizioni dell'inizio.

Un oceano di emozioni pervade il libro d'amore, di rabbia, trapelano confusione e voglia di lottare, di esserci, di chiamarsi "presente" all'appello degli eventi, fotogrammi come un continuo flashback si fanno strada lungo le pagine del libro, l'ingiustizia in un “quadro appeso storto alla parete".

                                                                                    

                                                                                            Lorenzo Soriano

Alluminio

Luigi Cojazzi


Hacca edizioni

"Perché voglio che la musica continui anche quando andiamo via"

con un senso di immortalità nell’anima

La giovinezza, l'iniziazione alla politica, la famiglia, i figli: speranze e amori in un vortice di sentimenti, storie intervallate tra Cgil e Pci, uno spaccato di vita italiana tracciato dall'interno di un contesto familiare. Un libro fatto di gioie sfiorate, di tanti rimorsi, occasioni mancate tra vicissitudini personali, scolastiche e bombe in periferia, passando per quella "leva inutile" o la maledizione della masturbazione, fino alla fabbrica bombardata. Amicizie e piccole rivoluzioni - quotidiane e solitarie - fanno da scenografia senza scalfire mai la bellezza di questo incedere lento, familiare e impegnato allo stesso tempo. Un libro da rileggere con attenzione.


                                                                          Federico Parrella

Interno con rivoluzione

Maria Lura Bufano


Round Robin Editrice

Un linguaggio essenziale per questo racconto che rapisce e ti fa arrivare all'ultima pagina in poco tempo, proprio per come è scritto e per la curiosità che fa nascere in chi legge. Sia chiaro: è un racconto in cui è bandita la razionalità!

Tutto ha inizio con una Fiat 500 che cade dal cielo (come qualcosa che non si può spiegare...) sfiorando alcune persone in strada, tra cui due giovani che - spaventati e incuriositi - trovano all'interno dell'auto alcune lettere che daranno il via ad una ricerca continua e appassionante con l'intento di ricostruire un puzzle d'amore, imbattendosi - tra gli altri - anche in persone che sembrano vivere eternamente il medesimo identico giorno.

Il racconto somiglia a una melodia, ad una musica con alti e bassi, e proprio quando sembra esserci una pausa, ecco invece che la storia riprende slancio verso un altro tassello. Tutto scorre in un processo che talvolta sembra caotico ma che invece ha sempre a portata di mano un bandolo della matassa pronto a "soccorrere" il lettore. Del resto, “L'essenzialità è invisibile agli occhi. E alle parole“, ma le parole son poca cosa, e anche se molto è descrivibile a parole, non tutto si può spiegare, raccontare, trasmettere e comunicare.

E questo libro ne è la conferma, col suo andirivieni tra sentimento e dolore, passato e presente, amore e dramma, racchiudendo tutti questi ingredienti in un solo fantastico, affascinante racconto.

Da leggere!

                                                                                         Federico Parrella

Oltre la parole

Luca Giachi


Hacca edizioni

Una rivoluzione attraverso sentimenti

e riflessioni familiari

Una storia d’amore

intensa e fantastica

che intenerisce il cuore

Katerina e la sua guerra

Barbara Serdakowski


Robin edizioni

Una guerra senza nome, una vita sul filo del rasoio, una delle tante storie di una madre che farebbe di tutto per proteggere sua figlia dai soprusi, dalle violenze e dalle prepotenze che la guerra porta con sé.

Uno scorcio di vita passata nei campi di rifugiati, tra povertà e fame, tra avidità e ipocrisie. L'unica speranza della protagonista è lottare per poter andare avanti, voltare pagina, andare lontano e ricominciare... una vita altrove, quella dove non esistono i ricordi, dove Katerina potrà essere una donna senza passato, aspra e dura.


                                                                                 Emma Colocci

Uno scorcio di vita

passata nei campi di rifugiati

tra fame e povertà