Almaviva e la lotta di classe

 

Sabato scorso, i lavoratori di Almaviva, organizzati nel Comitato 1666, che prende il nome dal numero dei licenziati dall’azienda a dicembre, hanno attraversato il centro di Roma in un corteo combattivo come non se ne vedevano da tempo. Milleseicentosessantasei: un licenziamento di massa che è l’epilogo di una vicenda di accordi al ribasso e di ricatti ai danni dei lavoratori, ancora più inaccettabile se si considerano i finanziamenti statali (milioni di euro) di cui Almaviva ha usufruito negli ultimi anni per gli appalti pubblici.

Gli effetti, in termini di deterioramento delle condizioni di lavoro, delle gare di appalto tra le ditte cui vengono esternalizzati i servizi, sono sotto gli occhi di tutti. Ma la misura è colma e chi si lamenta ogni giorno che nessuno si ribella finalmente è stato servito.

Non solo: attorno ai licenziati si è sviluppata una solidarietà più vasta, che ha coinvolto i lavoratori TIM, per restare nel settore delle comunicazioni, ma anche, tra gli altri, quelli di Alitalia e quelli della logistica, oltre che il movimento di lotta per la casa. Tra i lavoratori della logistica, una forte presenza di immigrati, anche loro stufi dei ricatti che subiscono: non è una novità, visto che già lo scorso ottobre avevano dato grande prova di combattività in seguito alla vicenda di Abd El Salam, lavoratore della GLS ucciso a Piacenza.

In piazza, tutte le sigle del sindacalismo di base, che per una volta hanno superato le loro storiche divisioni, oltre a centri sociali e vari partiti comunisti e di sinistra. Insieme a loro, anche l’area dissidente della CGIL e una piccola rappresentanza del M5S.

Il corteo, partito da Piazza della Repubblica ed ha concluso il suo itinerario a Piazza Santissimi Apostoli, nonostante il falso allarme di un pacco bomba in via Cavour e una manovra di disturbo della Guardia di Finanza che in via dei Fori Imperiali si è interposta spezzando in due il corteo. Eppure, la manifestazione è stata pacifica. Al di là delle provocazioni ora descritte, l’unica nota stonata è stato il silenzio assoluto dei media. Ma anche questa non è una novità: nella TV del pensiero unico si parla di chi ha perso il lavoro solo se si lamenta e basta, in una chiave pietistica o per contrapporlo ad altri lavoratori, meglio se immigrati.

Tutto il contrario di ciò che si è visto sabato pomeriggio a Roma, dove una piazza ben determinata ha bandito rassegnazione e guerre tra poveri.

 

Emiliano Tatafiore