Giuliano Bugani
operaio, giornalista, poeta
Giuliano Bugani
operaio, giornalista, poeta
(a chi non ha una casa, a chi la sta pagando cara, a chi è nomade, ai senzafissadimora)
Silvio Gheddafi. Vero padrone. Casa Harem. Pedofilie. Lega guardona. Sicurezza. Sicure minorenni. Parlami. Casa Informazione. Casa Montecarlo. Non ci frega un cazzo. Tu insisti. Casa Montecarlo. Tua Casa Informazione. Depistaggio. Catturo barzellette. Evadono disoccupati. Suicidati. Monitor vagine. Tua Casa Informazione. Non vedo evasi. Solo Sodomia. Proseguo arresti. Giornalisti. Operai. Magistrati. Arrestatelo. Grida balcone fascista. Bazuka per magistrato Pignatone. Lega guardona. Ancora Monitor vagine. Ancora Casa Montecarlo. Assisto mediatica blasfemia. Sostituisco memoria. Scelba Ministro Polizia. Maroni Ministro Interno. Sicurezza. Lega minorenni. Monitor vagine. Mai così deviati. Servizi Montecarlo. Casa Montecarlo. Con Servizi. Deviati. Monitor Deviati. Tua Casa Orrori. Incateno sguardo a memoria. Ricordo Casa del Fascio. Dopoguerra Casa del Popolo. Doposcuola Casa della Libertà. Dopotutto Casa degli Orrori. Scelba Maroni. Monitor appesi a peni. Succhiate Informazione. Lega guardona. Allarme povertà. Morale. Allarme rottura freni. Inibitori. Allarme burka. Massonico. Monitor merda. Premio quiz. Premio novela. Fabbriche occupate. Scomparse. Mai apparse. In monitor merda. Lega guardona. Fatti la sega. Pornovelina. Stampa occupata. Mass media. In gabinetto. Merda media. Nessuno conosce. Nessuno informa. Casa dell’Aquila. Scomparsa. Quella, vera casa. Mia casa. Di Casa Montecarlo. Non mi frega un cazzo. Monitor merda. Prendono cervello. Fintecna a casa. No. Burka massonico. Fintecna prende casa. Mia casa. All’Aquila. Monitor merda. Informazione merda. Governo merda. Copulazione coprofagia. Monitor vagina. Casa degli Orrori. Appendo eiaculazioni. Non resisto. Desisto. Io. Nudo. Eretto. Davanti Monitor Casa Orrori. Tuo pornoterrorismo.
La casa degli orrori
Vietnafghanistan
(ai morti)
Fratelli di Gallipoli. Reclutano altri Fratelli. Per Afghanistan. Se dovete morire. Disoccupati. Noi vi paghiamo. Sigonella. Dal Molin. Cameri. Pisa. Montichiari. Istrana. Aviano. La Maddalena. Niscemi. Martina Franca. San Vito dei Normanni. Nisida. Vizzini. Isola delle Femmine. In Afghanistan muoiono ex disoccupati. Reclutati. Ministro Difesa. Tuo figlio non parte. Tuo figlio in discoteca. Tuo figlio. Mio Fratello. Grande Fratello. Ministro. Che cazzo fai? Ministro Difesa. Di figlio. Da Afghanistan. Disoccupati vanno in Afghanistan. Una Serbia anche per loro. Ministro Difesa. Come Markionne. Suoi figli. In Serbia. Comandano. Alti ufficiali. A Gallipoli. Caporalato di Stato. Trovo figlio Ministro. Discoteca Exit di Sicurezza. Da Afghanistan. Presidente Italia. Presidente Consiglio. Presidente Camera. Presidente Senato. Tutti muti. Costituzione merda. Inno Nazionalista. Nazista in Afghanistan. Drone in villaggio. Qui si muore. Gallipoli muore. Presto Discoteca. Exit Strategy. Tuo figlio attende. Auto blu. Il suo drone. Fabbrica auto blu. Markionne. Cacciabombardieri. Carri armati. Finmeccanica. Nazista. Presidente Repubblica. Tace. Costituzione merda. Giuro. Spergiuro. Arruolo. Uccido. Son pronto alla morte. Disoccupato. Fratello d’ Italia. Un LSD. Cocaina. Eroina. Il mio drone. Uccido bambini. Soldato. Per te. Ministro Discoteca. Per tuo figlio. Per te. Serbo Markionne. Per tuoi figli. Ancora Eroina. Anfetamina psicoattiva. Afghanistan popolo difende terra. Ma a Gallipoli ci paga. Ministro ci paga. Presidente ci paga. Uranio. Oppio. Petrolio. Gas. Bollette da pagare. Fratelli d’Italia. Pagate. Ma ritornerai. Ti attendo. Fratello merda. Sangue in bokka. Vomiterai follie. Lucido la canna. Incanutita mattina di gelo. Bandiera bestemmia. Ritornerai. Gallipoli attende. Un corteo. Ministro Discoteca apri la bocca. C’è una guerra. Per te.
Eden. Il mio gatto, nero, si chiamava Nerone. Eden, era il mio cinema. Cinema Eden. Domenica, ore 15,00, ‘Rollerball’. I film, del Cinema Eden. Erano pubblicati, anche sull’Unità. La domenica. Io leggevo, l’Unità, dopo il nonno. Lo portava una persona, del partito. Tutte le domeniche. Io leggevo, i film. Poi andavo al Cinema Eden. Lo scriveva l’Unità. Il padrone. Del cinema. Era del mio paese. Era ricco. Molto ricco. Il giorno della Befana. Il 6 gennaio. Se non l’hanno cambiato. Alla mattina, dopo la messa. Tutte le scuole elementari. Andavano al Cinema Eden. Il sindaco regalava libri. A tutti i bambini. Dopo il film di ‘Cenerentola’. Poi il Cinema Eden venne chiuso. Dal padrone. Attorno fecero dei palazzi. Poi non portarono più l’Unità, a casa. Poi, il nonno morì. Io volevo un cinema. Fecero la Festa, dell’Unità. Dentro una fabbrica chiusa. L’OEB. C’era una grande sala, vuota. Una volta, c’erano le operaie. Imbiancai una grande parete. Di bianco. Alle altre pareti. Scrissi, ‘Silvia Baraldini libera’. In rosso. La gente, veniva alla Festa, dell’Unità. Il Cinema Eden, era chiuso. Mangiavano, e leggevano il muro. ‘Silvia Baraldini libera’; ‘Liberate Silvia Baraldini’. Era il 1992. Giulio, aveva lavorato come aiuto regista, a TV7. Poi TV7, aveva chiuso. Giulio però, conosceva i proiettori. Montai un ponteggio da muratore. Feci una cabina, di proiezione. Noleggiai un proiettore, per una pellicola di film. Noleggiai un film. La grande sala. Dentro la Festa dell’Unità. Era una sala, cinema. Per tre sere. Proiettai ‘La notte di San Lorenzo’. I film dei fratelli Taviani. Li ho visti tutti. Li avevo letti, sull’Unità. Poi, venne della gente. Dentro il mio cinema. Dentro la Festa, dell’Unità. Dentro la fabbrica. Dentro il mio paese. Adesso. Quella fabbrica, non c’è più. Hanno fatto dei palazzi. E’ morto poi, anche Nerone. Io non lo so, se tornerà. Un cinema Eden. Io non lo so. Cosa c’è dentro. Il mio cuore. Di sicuro. C’è un cinema. E Silvia è stata liberata. Ma io non ho più muri, dentro fabbriche. Allora un giorno, porto Silvia al cinema. E scriveremo sui muri. Voglio un cinema.
Avevo un cinema
(lettera aperta al ministro dell’Interno Maroni e dell’Intorno Bonanni)
Cara CISL, dopo anni di silenzi assensi, ti voglio dire le mie uova. Buona Pasqua. Dalla mia croce, dove mi hai crocifisso. Ti lascio a terra. Uova. Crude. La vita, è cruda. Questa croce, dove hai crocefisso, una cento mille, Pomigliano. E’ cruda. Noi, poveri Cristi, crocefissi, dalle tue infamie. Buona Pasqua. Che non resti a guardare, il tuo viso. Io lo vedo. Hai tolto la maschera. Buona Pasqua. Una cento mille maschere, nella tazza del cesso. Tu parli. Tu vendi. Tu incassi. Cosa resta a me. A me. A noi, non resta un futuro. Hai crocefisso anche quello. Grazie CISL. Buona Pasqua. Una cento mille. Non resto invano, sulla croce. Io grido. Non avere paura. Pappone ministro ti copre. Ha una nuova maschera. La sua. Buona Pasqua. Sei nata per dividerci. Prego, per noi peccatori. Prego, avanti un altro. Crocifiggo a catena. Cara CISL, dopo anni di conquiste e vittorie, ti voglio dire le mie croci. Abbiamo alle spalle, altre vittorie. Abbiamo spalle larghe. Tu hai le tasche. Buona Pasqua. Lascio ai figli, ai loro figli, ai pronipoti, agli eredi, di niente, la mia croce. Io non so. Se morirò. Chissà, forse un giorno. Cara CISL, se dobbiamo morire. A che serve, la tua vergogna? Sali anche tu. Su questa croce. Se sei vera. No. Tu non sei vera. Tu non sei cruda. Tu sei marcia. Legno marcio. Legno di croce, marcio. La nostra croce. E’ eterna. Allora, io non morirò. Mai. Terrò per me, il tuo niente. Terrò per me, il tuo unocentomille. E ai miei figli. Ai figli dei miei figli, Ai pronipoti. Agli eredi. Racconterò tutto. Di te. E di come tradivi. Intorno, a te. Ci sono ora, solo croci. Intorno. A te, CISL. Ci sono ora, solo poveri Cristi. Buona Pasqua. A te. Ai Papponi. Da questi Cristi. Da queste Croci. Da queste Strade. Da questi Campi. Da queste Officine. Da questi Cantieri. Da queste Piazze. Che tu volevi cimiteri, di croci. Buona Pasqua. E adesso, lasciami morire. Su questa croce. Cara CISL. Dopo anni di dolore, ti voglio dire. Noi. Al terzo giorno. Resusciteremo.
Buona Pasqua
(in favore dell’appello di Michele Santoro)
Io non voglio, cambiare il mondo. Non c’ è riuscito, nemmeno mio nonno. Nonno Enrico. E’ morto, in un campo. Di concentramento. Lo avevano mandato, i fascisti. Nonno Enrico, non voleva, cambiare il mondo. La Croce Rossa Internazionale, scrisse una lettera. Alla nonna. C’era scritto, che il soldato Enrico Bonini, era morto, nel campo. Sepolto, in una fossa, comune. Io non voglio, cambiare il mondo. Io voglio vedere, la televisione. Quando la comprarono. Avevo sei anni. Vidi lo schermo, con delle facce. Andai dietro la televisione. Non c’ era nessuno. Non ho mai capito, la tecnologia. Adesso lavoro a un tornio. Parallelo. Vuole dire, che è manuale. Io non voglio, cambiare il mondo. Io, voglio vedere Saviano. In televisione. Io non voglio, andare in un campo. Di concentramento. Io, voglio vedere Santoro. Dicono che Masi non vuole. Se dici a Masi, che è un fascista. Masi si arrabbia. Io voglio solo vedere, la televisione. Io non voglio, cambiare il mondo. Lo sta facendo, già lei. Signor Masi. Io mi ricordo, Samarcanda. Era il 1987. Dissi, con un operaio. Che lavorava con me. Hai visto Santoro? Lui mi rispose. Il centravanti? Andai dietro la televisione. C’ era qualcuno. Volevano poi chiudere, Samarcanda. C’ è sempre il masifascismo. Poi, volevano chiudere Il Rosso e il Nero. Io non volevo. Andare in un campo. Di concentramento. Poi chiusero Sciuscià. Io, volevo solo vedere, la televisione. C’ è sempre stato, il masifascismo. Io non voglio, cambiare, il mondo. Io voglio vedere, Saviano. Vado spesso, dietro la televisione. C’ è sempre qualcuno. Allora, spesso credo. Sono in una fossa. Comune. Non vogliono, tirarci fuori. Qui dentro. E’ buio. Non riesco nemmeno. A pisciare. Ma io, mi ricordo. Prima dei campi. Di concentramento. C’erano campi. Di fiori. Dove pisciavamo, in pace. Io non voglio, cambiare, il mondo. Adesso, lavoro a un tornio. Faccio pezzi. Torno la sera. Ricomincio daccapo. Non voglio cambiare. Il mondo. Sono stato in piazza, tante volte. Da giovane. Da vecchio, sono in un campo. Al buio. Capisco adesso. Ci sono sempre stato. Io non voglio, cambiare il mondo. Ma se il mondo cambierà. Voglio che lo sappia. Che può contare, su di me.
Masifascismo
(Vorrei ci fosse ancora Ivan Graziani, “I lupi”, 1977)
I lupi. Arrivano. I lupi. Arrivano, la notte. Questa notte. I lupi. Per te. Presidente. Questa notte. Sentirai. I lupi. Orde. Branchi. Sterminati. Lupi. Attraverso, la bruma. Di notte. Questa notte. Nera. Per te. Presidente. Per le tue camice. Nere. Hai paura? Dei lupi. Loro, non lo sanno. Loro, non sanno, dell’ uno. Né dell’ altro. Arrivano, stanotte. Non si conoscono. Ma sono uniti. Uno all’altro. Loro, non lo sanno. Cos’è la notte. Tu lo sai. E’ per questo. Arrivano, i lupi. Trascinano, un carro. Dietro, il branco. C’è un carro. Ha ruote, di legno. Corde, di storia. Attorno, al collo. Non sanno. Ma trascinano. Sopra, il carro. C’è un patibolo. Per te. Presidente. Per la tua, giugulare. I lupi. Hanno feritoie, nella bocca. Hanno ferite. Hanno cicatrici. Orde, di lupi. A zanne aperte. Ferite. Per tue scelte. Scegli la notte. Arrivano. I lupi. Passeranno, le Alpi. Gli Appennini. Il mare. Da Ustica. A te. Fino a notte. Rosso. Mare Mediterraneo. Ustica. Moby Prince. Capaci. Tieni il segreto. Fino a notte. Sterminati, lupi. Ignari. Gli uni, degli altri. Trascinano, un secondo carro. Dietro l’ orda. C’è un carro. Ha ruote, di ossa. Tendini. Tesi. Conficcati, nelle zampe. Ignari. L’ uno dell’altro. Sopra, il carro. C’ è una croce. Per te. Presidente. Croce deserta. Cristo ha paura. Cristo. Non si è fermato. A Eboli. Cristo, è a Ustica. A Capaci. Nuova Marzabotto. Non chiedere a Cristo. I lupi. Fanno paura. Orde. Branchi. Determinati. C’è sangue. Sui sentieri. Della tua storia. Sentono odore. I lupi. Stanotte. Spalanca il cancello. Presidente. Arrivano, i lupi. Ignari. Non sanno. Degli altri. Ma sono uniti. Per sempre. Istinto. Occhi affilati. Denti appuntiti. Ti stringeranno. Le mani. Sulla croce. Spalanca, la carotide. E squarcia. La camicia. Infetta. Non hanno paura. Non hanno futuro. Non hanno presente. Hanno solo passato. Orde di lupi. Stanno arrivando. Trascinano, un terzo carro. Dietro, sterminati. C’ è un carro. Ha ruote, di aghi. Bave di storia. Scendono, da lingue. Ma trascinano. Sopra , il carro. Un cranio. Dietro, il branco. Arrivano. I lupi. Stanotte. Hai paura. Odore, di merda. La tua faccia. Stanotte. Staccata, dalla vertebra. I lupi. Non sono presente. Non sono futuro. I lupi. Sono il passato. Per mio Paese. Domani. Vedo il passato. Sul carro. Sei tu. Presidente. Di questo Paese. Un tumore. Estirpato.
I lupi
Lettera aperta ai padroni di Bologna
(promo di un giorno che faremo il contratto)
Illustrissimi padroni di Bologna,
apprendo, da fogli di carta, di giornale, dei vostri giochi. Giochi sporchi. Il padrone della Ducati Energia licenzia operai. Il padrone della Magneti Marelli licenzia operai. Apprendo, dalla vita mia di carta, che i padroni scrivono, il destino. Sulla nostra carta. Leggo dei vostri giochi, sporchi. Voi giocate con la vita degli operai. Sapevamo di questo. L’abbiamo sempre saputo. Ma mai come ora. Apprendo, da fogli quotidiani del mio lavorare, che non vi basta. Apprendo, tra le righe, delle vostre sbavate inchiostre, che costruirete lager. Io conosco i lager. Sono nipote di un nonno paterno reduce, di lager. Che poi fece ritorno. Il nonno. Sono nipote di un nonno materno che non è mai ritornato. Dal lager. Io conosco quelli che li hanno mandati. All’inizio, parlavano come voi. E adesso fa ritorno. Il lager. Giochi sporchi. State costruendo nuovi lager. Per chi non ha intelletto, per fare il padrone. Non basterà essere operaio. Non basterà lasciarvi il plusvalore. Voi costruirete nuovi lager. Nella città di Bologna. Che già da tempo, da ogni parte, è stata trasformata in lager. Forse sono isolato. La mia voce, forse è isolata. La mia carta, forse, nel collo della bottiglia, è isolata. O forse, altri fogli di carta, di altri giornali, scriveranno di questa mia. Per voi. Padroni di Bologna. Che non sono isolato. Che nel lager non ci stiamo. Apprendo, sulla carta il filo logico, del vostro filo, spinato. Nuovi kapos, da voi stessi ritenuti utili, svasticheranno le nostre vite di carta, con la nullificazione delle professionalità. La modernità, da voi pretesa come eclissi democratica, brucerà molte carte. Ma io conserverò per i miei eredi, una carta nobile. Su quella carta scriverò i miei diari. I vostri nomi. Forse non sono e non sarò così isolato. Non abbiate timore. Sulla carta, sulla nostra carta, scriveremo un giorno. Un contratto.
Erezione diretta, di Presidente. Ti Consiglio. Chiamate Auto Blu. Presidenzialismo videocratico. Che tutti sappiano. Erezione di Presidente. Governocrazy. Pornocrazy. Monitor approva. Ogni casa. In ogni casa. Ogni monitor. Filtro, di pornocrazy. Tutto, è approvato. Condiviso. Condivisto. Tutti, guardoni. Di erezione Presidente. Ti Consiglio. Chiama Auto Blu. Minorenne, anche per te. Pornocrazy. Fallo. Monitor su fallo. Penetrazione craniocrazy. Minorenne in videocamera. Bambini, affamati, muiono. Monitor, su scheletri, affamati. Monitor, su corpi, dilaniati. Monitor, su clitoridi. Erezione Presidente. Pornocrazy. Accettare tutto. Nutrirsi. Immagini. Cadaveri. Scheletri. Denutrizioni. Mutilazioni. Carestie. Malattie. Veneree. Sifilide. Aidiesse. Auto Blu immune. Erezione Presidente. Ti Consiglio. Minorenne, in Auto Blu. Tutti, vogliono Auto Blu. Video, in Auto Blu. Erezione in diretta. Anoressia di valori. Nutriti. Fallo. Ora. Nutriti. Di minorenne. Pornocrazy. Fallo. Su minorenne. Pedofiliocrazy. Monitor anali. Tutti, vogliono pornocrazy. Presidenzialismo pornocratico. Area videosorvegliata. Video su pube. Videosorvegliato. Mercati. Armi. Cocaina. Oppio. Viagra. Droga, in monitor. Guardo, monitor. Io. No. Lui. Mi guarda. Io, videosorvegliato. Speciale. Tutti, come pornocrazy. Feticisti sessuali. Involuzione. Neoalcoolismo erotico. Pornocrazy. Monitor invasivo. Violazione deformatica. Metamorfosi compulsiva. Effetti collaterali. Pornocrazy. Ansia. Alterazione del sonno. Sessualità violenta. Popolo modificato. Genesi condivisa. In monitor. Erezione Presidente. Rappresentanza diretta. Vedo in diretta. Pornocrazy. Minorenne in Auto Blu. Federalismo sessuale. Pedofilia Presidenziale. Ancora in Monitor. Ossessività e satiriasi. Io non capisco. Mia genesi. Sto cambiando. Cerco Alcoolisti Anonimi. Pornocrazy impedisce contatto. Io sto cambiando. Videosorvegliato. Lecco monitor. Sto cambiando. In linguaggio comune. Accettazione, di Presidente parafiliaco. Pornocrazy. Quarta guerra mondiale.
Pornocracy
(tra tante)
Egregia CGIL Nazionale,
stamane, 9 novembre 2010, la Sua Segretaria Nazionale, Susanna Camusso, è stata ospite della Camera del Lavoro Metropolitana di Bologna. Città dove sono nato. E risiedo. La Sua Segretaria, neoeletta, ha avuto parole critiche verso la FIOM Nazionale. Io sono stato iscritto alla FIOM fin dai primi anni ottanta. Ero tornato dal servizio militare di leva. “Fai il militare, e torni uomo “, mi dicevano da piccolo. Tornai dal militare. Tornai uomo. E un uomo che lavora in fabbrica deve avere la tessera. Della FIOM. Feci il delegato per quasi quindici anni. Sono sempre stato eletto dai miei compagni di lavoro. La Sua segretaria, Susanna Camusso, invece, non l’hanno votata i lavoratori. I lavoratori non l’avrebbero mai votata. Così come non avrebbero mai votato chi l’ ha preceduta. Mi ascolti anche lei, egregio Epifani. Parliamoci da uomini. Se anche lei ha fatto il servizio militare. Lavoro in fabbrica da oltre un terzo di secolo. Ho conosciuto la Sua storia. Una storia che finisce qui. Nelle braccia di CISL e UIL. Dove la neoeletta Susanna Camusso, ci porterà. Vi porterà. Io esco. Da Bologna. Dalla mia città. Io emigro. Non so dove andrò. Ma distante da Lei. Egregia Susanna Camusso. Io emigro. Lontano dai suoi futuri inciuci. Lontano dalle sue future riforme di pensioni e contratti. Lontano dalle sue elezioni gerarchiche. La mia democrazia è un'altra. Lei non può capire. Siamo distanti. Restiamo distanti. Lascio a Lei, il suo riformismo, il suo dialoghismo, il suo ipocrisismo, le sue agenzie interinali, il suo tradimentismo, le sue succursali, il suo trasformismo. Il suo migliorismo. Io appartengo a un'altra specie. In via Garibaldi. In via di estinzione. In via di distinzione. Restiamo diversi. La prego. Lo faccia per la storia. Per la storia della CGIL. Sta morendo. Faccia qualcosa. Anzi, meglio se non lo fa. I burattinai sanno a memoria tutto. Ci sono persone che hanno dignità. Serve per sopravvivere. Ci sono persone che non ce l’ hanno. Serve per tradire. Cordialmente.
Lettera aperta alla Cgil nazionale
Vogliono riaprire la diga del Vajont
(alla Resistenza del Comitato Sopravvissuti del Vajont)
9 ottobre 1963. Vajont. Lo sai vero? Duemila morti. Lei sopravvisse. Micaela Coletti. E lui. Gino Mazzorana. Avevano la testa, fuori dall’acqua. Della diga. Precipitata a valle. Duemila morti. Micaela e Gino sopravvissero. Ma la morte li segue. La morte li segue, sempre. Io conosco i vivi. Che li inseguono. So i loro nomi. Io non ho paura. Io sono con Micaela e con Gino. Lo sai vero? I morti non muoiono mai. I morti a volte, ci aiutano. Io ho conosciuto, l’ uomo che salvò Micaela. E’ morto pochi anni fa. Ma aiuterà ancora, Micaela. E Gino. Perché i morti, non muoiono mai. I vivi, vogliono riaprire la diga. Del Vajont. Non ne parla nessuno. Micaela e Gino lottano contro la riapertura. I vivi hanno paura. Duemila morti. Li trovarono amputati. Pezzi di corpi sugli alberi. Altri corpi squoiati, dalla violenza dell’acqua. Altri corpi, gonfi e deformati. Bambini senza arti. Devo dirti ancora? Allora dirò altre cose. “La società En&En SpA di Belluno ha la concessione di utilizzo delle acque del Vajont per fini idroelettrici”; “Assindustria disegna un futuro per il Vajont “ da Il Gazzettino di Belluno, 23 gennaio 2008. La società En&En nasce da Assindustria regione Friuli Venezia Giulia. Una centralina idroelettrica. Micaela e Gino lo dicono, da tempo. Vogliono riaprire la diga. Doveva diventare patrimonio dell’ Unesco. Invece diventerà una nuova tragedia. Riparire la diga. Produrre energia. Calpestare i cadaveri rimasti sepolti. Calpestare i vivi sopravvissuti. “ Una centralina sul Vajont. Località Ponte Campelli. Sfrutterà le acque del bacino “ da Il Corriere delle Alpi, 11 novembre 2011. Io conosco i vivi. La morte li insegue. Io sto con Micaela e Gino. Del Comitato Sopravvissuti del Vajont. Io sto con la loro memoria. I vivi, hanno cancellato il cimitero del Vajont. I vivi, ricostruiscono nuove verità. La nuova storia. La morte li insegue. “ A 45 anni dalla tragedia del Vajont, si stacca un pezzo della frana del monte Toc” , da Il Corriere delle Alpi, 27 aprile 2009. E di altre cose. Oltre 30 milioni di euro, nelle casse dei Comuni di queste zone. Dove sono finiti? La morte li insegue. L’ uomo che salvò Micaela. Non morirà mai. I morti, non muoiono veramente mai. Se hanno amato i vivi. Ma altri vivi. In questa battaglia. La morte li insegue.
Prigionieri
Non rispondo, di me stesso. Non rispondo. A me stesso. Mi avvalgo, della facoltà. Di non rispondere. Ne ho la facoltà. Ho delle facoltà. A volte. A volte no. Mi domando. Ricordi Mordechai Vanunu? Scienziato nucleare israeliano. Arrestato il 1987. Da Servizi Segreti, Mossad. Di Israele. Non rispondono. Denunciò Israele. Possesso di bomba atomica. Nessuno sa. Dov’è oggi, Mordechai Vanunu? Non rispondo, di me stesso. Ricordi Abdullah Ocalan? Arrestato il 1999. Carcere isolamento Turchia. Leader Partito Comunista Curdo. Dove sei? Non risponde. Di sé stesso. Arrestato, da complicità, segreti servizi, Israele- Italia. Isolamento carcere. Isola, di Turchia. Non risponde. Nessuno parla, di Ocalan. Non rispondo, di me stesso. Ricordi Mumja Abu Jamal? Arrestato il 1981. Da FBI. In USA. Giornalista, di colore. Denuncia corruzione FBI. Condannato a morte. Processo farsa. Poi, condanna a morte, annullata. Potere USA, paura di Mumja. Obama, dimmi. Nero, come te. Obama non risponde. Non rispondo, di me stesso. I Cinque Eroi Cubani. Isolamento, in carceri USA. Antonio Rodriguez, Fernando Gonzales, Gerardo Hernandez, Ramon Labanino, Renè Gonzales. Arrestati, in USA, il 1998. Prigionieri. Denunciano terrorismo Miami-CIA, su Cuba. Arrestati. Potere, ha paura, di prigionieri. Mi avvalgo, della facoltà. Di non rispondere. Di me stesso. Ti ricordi. Piazza della Loggia. Tutti assolti. Italicus. Rapido 904. Stazione Bologna. Vado a ritroso. Strage di Reggio Emilia. Piazza Fontana. Segreto di Stato. Noi. Prigionieri di Stato. Noi sopravvissuti. Prigionieri di ricordi. Tutti assolti. Noi, no. Noi, prigionieri di Strategia Tensione. Prigionieri per sempre. La condanna, è per noi. La legge è uguale. Per noi. Prigionieri. A ricordare. Consapevoli, di strategia. Non rispondo. Di me stesso. Ricordi Saviano? Arrestato, dalla Camorra. Ministro Interno, condanna Saviano. Ministro Interno, in trasmissione. Ministro Interno, deve trasmettere. Ministro Interno, fa sapere. Saviano condannato. Ergastolo. Dell’Utri, cerniera mafia Stato. Ministro Interno, deve trasmettere. Saviano colpevole. Ministro, cosa devi trasmettere? A chi? Ministro non risponde. Di sé stesso. AmMinistro Dell’Utri. Si avvale della facoltà. Io condannato, a prigioniero. Ma io, evado. Ti punto alla tempia. Io, evaso. Ricercato, da tempo. Per Ministro, non c’è tempo. Deve trasmettere. Saviano è condannato. Ma io, non rispondo più. Di me stesso. Se prigionieri, devono morire. Ministro. Io punto diritto. Se devo morire.
C’è differenza, tra fare e non fare. Io l’ho fatto, il soldato. Di leva. Mi hanno levato, un anno. Della mia vita. C’è differenza, tra partire e non partire. Io partii l’11 novembre 1980. Destinazione Lecce. Reparto carristi. Ci insegnavano come si guida, un carro. Armato. Io non volevo, fare il soldato. Poi, il 23 novembre del 1980. Il terremoto. In Irpinia. 3.000 morti. 300.000 sfollati. Dopo pochi giorni, all’ufficio Fureria. Chiesero volontari, per i soccorsi. Diedi il mio nome. Sei troppo magro. E piccolo. I volontari vennero trovati. La sera, prima di partire, per Avellino. Un volontario si ritirò. Mi chiamarono. Sei magro, e piccolo. Ma vai bene lo stesso. Partii volontario, per i soccorsi. In Irpinia. Facevo qualcosa, di utile. Fuori, dal carro. Armato. Telefonai alla mamma. Pianse. Telefonai alla ragazza. Pianse. Se non piangi, ti sposo. Quando torno. Dal militare. Partimmo, la notte del 4 dicembre. Arrivammo, a mezzogiorno. Nel comune di Teora. Avellino. Un paese di 2.500 anime. A Teora, trovammo l’inferno. C’erano stati 500 morti. Le bare, erano accatastate ai muri, rimasti in piedi. C’è differenza, tra la vita e la morte. La notte, dovevamo montare di guardia. Contro gli sciacalli. Spara. Mi dissero. Se li vedi. Io guardai in alto. Non c’erano, nemmeno più le stelle. Quelle rimaste. Erano sul colletto, della mia giacca, militare. C’è differenza, tra sparare e non sparare. La prima notte, dormimmo in quindici, soldati. Dentro la cassa. Del camion. Io ero l’ ultimo. Vicino allo sportello, di uscita. Ero magro. Era freddo. Le coperte, le avevamo prese dai cassonetti. Dell’immondizia. C’è differenza, tra il caldo e il freddo. Quella notte. Fecero molte scosse. Sentivamo i bambini urlare. Io, sentii anche qualche soldato. Piangere. Dentro la cassa. Del camion. La seconda notte. C’erano tende. Nel campo da calcio. Di Teora. I civili trovarono alloggio. Nelle tende. Poi anche qualche soldato. Restammo in tre. Nella cassa. Del camion. Riempimmo le gavette di alcool. Demmo fuoco. Fece così caldo, che dormimmo fuori, dai sacchi a pelo. Un giorno. Incontrammo una ragazza. Ci fecero una foto. Adesso, è in un cassetto. Un giorno. Incontrammo un uomo. Ci raccontò che sua moglie. Era nel letto. Con lui. Prima del terremoto. I soccorsi trovarono lui. Vivo. Lui disse che sua moglie, era a pochi metri. Ma i soccorsi, non l’ascoltarono. Trovarono sua moglie, dopo dieci giorni. Dove lui aveva detto. Morta. Quell’uomo, lo raccontava a tutti. Quelli che incontrava. E piangeva. Ma tutti, a Teora, piangevano qualcuno. Partimmo il pomeriggio del 12 dicembre. C’è differenza tra partire e non partire. Io, da Teora, non sono mai partito. Poi, il terremoto all’Aquila. 6 aprile 2009. Dopo venti giorni. Sono andato. Da Anna e Paolo. E Stefania. All’Aquila. Erano vivi. Ho sposato la mia ragazza. E non ti ho detto. Che a Teora, Dopo dodici giorni. Trovarono una bambina. Di tre anni. Viva. Ma io. Non parto mai. Un giorno, prendo un terremoto. E lo porto lontano.
Terremoto
Alla fine di tutto
(lettera aperta a Luca Cordero di Montezemolo)
Pregiatissimo Luca Cordero di Montezemolo,
alla fine, della trasmissione televisiva, nella televisiva Che Tempo Che Fa, lei, affermava senza ombra di modifiche, che non sarebbe mai entrato in politica. Alla fine di tutto. Lei non è una persona televisiva. Pochi giorni dopo, quella domenica, lei ha detto il contrario. Alla fine di tutto. Niente cambia. Alla fine di tutto. Fini gioca con Berlusconi. Fini finge. Come lei. Ci avete presi in giro. Alla fine di tutto. Hanno ragione le donne. Gli uomini. Sono tutti uguali. Lei, io, Fini. Siamo tutti bolognesi. Alla fine di tutto. Io vedo già cose. Lei invoca Liste civiche. Proprio adesso. Che stava rinascendo, un Partito Comunista? La Federazione della Sinistra. Liste civiche? Proprio adesso. Che ci mancava un Partito Comunista. Alla fine di tutto. Io capisco cose. Fini finge. La casa di Montecarlo. Il monologo di Mirabello. La lista Futuro e Libertà. Tutto come prima. Alla fine di tutto. Fini voterà la Riforma Gelmini. Riforma GelFini. Poi ancora soldi alla Sanità Privata. Come la Scuola Paritaria. Come al mondo degli armamenti. Alla fine di tutto. Cosa ci tocca. Mi dicono di un Presidente legato alla mafia. Ma so di un Presidente nel 2001, a Genova, nelle Questure. Carlo Giuliani assassinato. Alla fine di tutto. Cosa ci tocca. Scegliere. Tra ladri e assassini. Una lista civica. Gli uomini sono tutti uguali. Pregiatissimo Montezemolo, alla fine di tutto. A lei piace correre. Tranne che alla Ferrari. Resti dove si trova. Ritorni alla televisione. A reti unificate. Dica che si è sbagliato. Alla fine di tutto. Mi lasci il Partito Comunista. Vada alla televisione. Ritorni a Che Tempo Che Fa. Dica che si dedicherà ai suoi trenini. Che utilizzerà la Rete Pubblica delle Ferrovie. Pagando una simbolica cifra di affitto. E che annienterà le Ferrovie dello Stato. Alla fine di tutto. In Italia si fa così. Capitalismo privato, con soldi pubblici. Alla fine di tutto. Ai lavoratori, non resta niente. Alla fine di tutto. Noi si paga sempre. Una lista civica. Brevetti pure, le sue invenzioni. Ma lasci in pace il Partito Comunista. Ritorni in televisione. Trasforma anche gli inetti in leggendari. Passi alla storia. Passi da queste parti. Alla fine di tutto. Io vedo cose. Un Presidenzialismo. Giochi Fini. Una Riforma delle pensioni. Che paghiamo i trenini. Alla fine di tutto. Che Brutto Tempo Che Fa.
La ragazza del teatro
(ai sopravvissuti)
Ho messo in sicurezza. La memoria. Dei ragazzi. Ventesimo anniversario di strage. Istituto G. Salvemini. Casalecchio di Reno. 6 dicembre 1990. 6 dicembre 2010. Teatro Testoni. Lella, ha letto un mio testo. Gianluca, al pianoforte. Un testo. Pianoforte. Lella, è straordinaria. Al termine. Il pubblico applaude. Tra il pubblico. Qualcuno ha pianto. Quella ragazza. Non l’ avevo mai vista. Aveva lo sguardo. Gli occhi. Forse l’ ho vista, da sempre. Mai stata bambina. Sono diventata donna, a sei anni. Mi dice. Andiamo via. Dice alla madre. Io, non la conoscevo. L’ ho vista negli occhi. Sua sorella. Una ragazza della strage. Lei, a sei anni. Ha visto la morte. Come sua madre. Andiamo via. E’ tardi. Io ho messo in sicurezza. La memoria. Non odiarmi. Le chiedo. Io continuo a chiederle cose. Mi odi. Per quello che scrivo. No. Mi dice. Io, non ti odio. A sei anni. Le hanno chiesto una vita. E’ tardi. Andiamo via. I suoi occhi. Rivedo cose. Il 6 dicembre 1990. Morirono molte famiglie. Madri e padri in divorzio. Fratelli. Sorelle. All’ improvviso. Figli unici. Famiglie spaccate. Io metto in sicurezza. Andiamo via. E’ tardi. Non odiarmi. Per quello che scrivo. Non ti odio. Te l’ ho detto. Ma io, sono stata donna. A sei anni. Io non ho più, avuto, una vita. E io, che metto in sicurezza. La memoria. Noi non sappiamo un cazzo. Di cosa, è successo. Il processo. I militari, assolti. Il Governo, vietava il processo. Un strage di guerra. Dodici ragazzi morti? Non solo quelli. Genitori. Figli rimasti. A ricordo. Nella loro mente. Il senso di colpa. Sono stata donna. A sei anni. E’ tardi. Andiamo via. Sei una persona. Io non ti conosco. Ma io, ti ho vista. Altri genitori. Fuggirono via. Niente resta, come prima. Mai. Non odiarmi. Altri ragazzi. Sopravvissuti. Fuggono ancora. Corpi ustionati. E io metto in sicurezza. Ogni volta. Forse. Brucio i corpi. Tu eri in teatro. Forse per questo. Per dirmi questo. Ma io, posso fare, solo questo. Non odiatemi.
(alle lavoratrici e ai lavoratori)
Esekuzione. Del lavoro. Plotone di lavoro. Esekuzione lavoro Markionne. Esekuzione Markionne. Lui non lavora. Lui kancella diritti. Markionne mira altro. Non solo Mira a Fiori. Ben altro. Kontatta Marcekaglia. Markionne non lavora. Non si lavora. Davanti plotone, esekuzione. Si può guardare. Markionne. Puoi guardare. Siamo in tanti. Plotone, di lavoro. Katena. Di montaggio. Plotone inkatena. Memoria. 23 luglio 1993. Akkordo kosto Lavoro. Markionne. È stanco. Basta a 23 luglio 1993. Grida Markionne. Plotone kosta troppo. Ankora. Kancellare 23 luglio. Sei stanko. Davanti plotone. Facciamo presto. Esekuzione, lavoro. Kosto lavoro. Kosto previdenza. Basta previdenza. Kosta, il lavoro. Markionne. Non kagarti addosso. Katena. Montaggio. Prevede defekare. In due minuti. Adesso anke per te. Un cesso. Buko nero. Per te. Se in merda. Allora tutti. Anke tu. Markionne. Kontinui. A mirare. Basta diritti. Kosti. Nazikapitalismo. Fotto Fiom. Forse. Ma non fotti plotone. Deve lavorare. Esekuzione. Insisti. Basta diritti. Plotone ha kapito. Markionne. Non Mira solo a Fiori. Marcekaglia, vuole nuova Società. Interessa zero. Non interessa pensiero Fiom. Zero. Plotone lavora. In kalibro 7,65. Tolleranza zero. Kome tuo pensiero. Katena montaggio. Insegna kuesto. Il tuo nazipensiero. Basta demokrazie. Marcekaglia. Nuova società. Basta kosto lavoro. Lavoratori muti. Obbedire. Non solo, fine kontratto. Kui è fine vita, democratika. Allora. Plotone, esekuzione lavoro. Marcekaglia. Evitare kontatto studenti lavoratori. Evitare kontatto memoria. Markionne. Presto. Konfindustria. In tue mani. Spiacenti Marcekaglia. Markionne. In katene. Di montaggio. Nuova rivoluzione. Spiacenti nazikapitalindustria. Markionne. Non mira. Adesso, io miro. Plotone. Esekuzione lavoro. Tolleranza centesimale. Kalibro nove. Markionnemarcekaglia, cerka passaporto. E’ tardi. Brucia Nerone. Markionnerone. Lavoro nero. Kolore nero. Bruciato. Per Markionne. Terra bruciata. Hai fallito. Sei solo. In kuesta esekuzione.
Markionne non Mira solo a Fiori
Nel deserto dei tartari
(ai Resistenti)
Deserto. Nel loro kranio. Da mente. Demente. Arresto preventivo. Di funzione intellettiva. No, ben altro. Un'altra Reggio Emilia 7 luglio 1960 ? Arresto preventivo. Kuesto postfascismo. Seconda Repubblica, Salò. Guardo opposizione. Deserto, di tartari. Guardo CGIL. Deserto, da tartari. Kamusso, dove kazzo sei? Devi presentare libro Vespa? Kui, arresto preventivo. Ministro, da kosa previeni? Sai dove trovarmi. Testa di kazzo. Sono in fabbrika. Sono in piazza. Okkupata. Kamusso, che kazzo fai? Kui si resiste. Tua KGIL, si kaka addosso? Kuesture, uffici sadismo. Celerini, mercenari. Opposizione, KGIL, non kagarti addosso. Riempi kuesto deserto. Kancella Legge 30. Legge prekariato. Kancella Legge Gelmini. Non kagarti addosso. Kancella dekreto Markionne. Opposizione elegge Kalearo. Deserto nel tartaro. Dente avvelenato. Per oligarkia. Questo potere, sfuma. In piazza. Preventivo, voglio sciopero generale. Attendo un grido. Kamusso, non kagarti addosso. Ricordati ki sei. Ki dovresti essere. Dove dovresti essere. Non a presentazione Vespasiano. Ma in kuesto deserto. Opposizione deserta. Tutto deserto. Mio futuro, deserto. Miei sogni deserti. Miei diritti deserti. KGIL, kazzo fai? Cerko un tetto anke per te. Ma tu attendi tartari. A me resta il deserto. Testa di kazzo arresta preventivo. Ministro kome Kamusso. Kloake di palazzo. Lattrine okkupate. Rivoluzione o subire. Karta igienika terminata. Ministro kome Kamusso. Arresti preventivi. DASPO. Eversione Nera. Ordine Nero. Repressione nera. Notte nera. Cekkini ora. Sparano. Bokke nere, di fucili. Rivoluzione o deserto. Di tartari. Noi non si attende. Prima o poi si muore. Rivoluzione kontro postfascisti. Ma se ora, non sei kui. Kamusso, opposizione, non salite su karri vincitori. Perkè noi si vince. Perkè si Resiste. Perkè si kontinua. La vittoria, non dopo l’attesa. La vittoria è lottare. Ora. Non kagatevi addosso. I tartari sono kui.
(alle vittime della strage di Natale del 1984)
Arrivo in ritardo. Come questo treno. Rapido 904. In ritardo, il mio ricordo. Come queste vite. Sono arrivate tardi. E’ arrivata prima. Domenica 23 dicembre 1984. Ore 19,08. La morte. Linea Napoli Milano. Bomba fascista. Carrozza numero 9 di Seconda Classe. Quelle sempre puntuali. Puntuale la morte per: Anna Maria Brandi, 26 anni. Nicola De Simone, 40 anni. Angela Calvanese, in De Simone, 33 anni. Anna De Simone, 9 anni. Giovanni De Simone, 4 anni. Maria Luigia Morini, 45 anni. Carmine Moccia, 30 anni. Lucia Cerrato, 60 anni. Federica Tagliatela, 12 anni. Luisella Matarazzo, 25 anni. Abramo Vastarella, 29 anni. Valeria Moratello, 22 anni. Pier Francesco Leoni, 23 anni. Giovanbattista Altobelli, 51 anni. Susanna Cavalli, 22 anni. Poi, per ferite riportate, Giovanni Calabrò, 67 anni. Gioacchino Tagliatatela, 50 anni. Altri 267 feriti. Che importano, gli anni. Sui treni che vanno a casa. Sui treni che gente comune. Sui treni, giocattoli, nei negozi. Hanno comprato, la morte. Processo porta a collegamenti mafia, camorra, neofascismo, Loggia P2, Banda Magliana. Condannati in Primo e Secondo Grado. Poi Cassazione assolve accusati. Condannati i parenti vittime. Pagare spese processuali. Treni in vendita. Io non credo a Stato. Stato non crede a me. Io arrivo in ritardo. A ricordarvi. Nella galleria di San Benedetto Val di Sambro. Io in ritardo, ricordo manifestazione Piazza Maggiore, Bologna, 24 dicembre 1984. Venni perquisito. Da militari. A presidio piazza. Io non ho esplosivi. Dissi. Io posso esplodere. Ma solo in treno. Documenti prego. Eccoli. Ma io non ho esplosivi. Io non sono fascista. Io sono quello che muore. Ai militari non interessa. La piazza è gremita. Il sindaco dice un discorso. Quanti ne ho sentiti. Di discorsi. Ogni volta, un discorso. Non può stare qui. Dicono militari. E dove posso stare. Chiedo. In treno. Io ricordo. In ritardo. Oggi, dopo ventisei anni. Festeggio presto un nuovo anno. Parenti pagano processo. La legge è uguale per tutti. Pago un prezzo per mia memoria. E Adesso festeggio. Bevo festività. Mangio Capodanno. Ingoio Epifania. Ma devo pure. Defecare. Fatemi scendere. Da carrozza funebre. Io morire. Ma io cagare su Stato.
Il treno di Natale
I fasscinisti
(lettera aperta contro Piero Fassino sull’accordo Mirafiori)
Mussolini era un ex socialista. I suoi seguaci si chiamavano fascisti. Fassino era un ex comunista. I suoi seguaci si chiamano fasscinisti. Mussolini faceva sparare ai dirigenti della CGIL. Bruciava le Camere del Lavoro della CGIL. Mussolini non lavorava. Fassino dice di volere votare SI a Mirafiori. Fassino vuole sparare alla FIOM. Fassino non lavora in fabbrica. Fassino non lavora. Fassino non ha mai lavorato. Fassino però è ricco. Anche Marchionne non ha mai lavorato. Marchionne però è ricco. D’ Alema dice le cose che dice Fassino. D’ Alema non ha mai lavorato. D’ Alema però è ricco. Io non dico le cose che dice Fassino. D’ Alema . Marchionne. Chiamparino. Fioroni. Ichino. Letta. Marini. Veltroni. Bersani. Io lavoro da un terzo di secolo. Io però non sono ricco. Io non sono un ex comunista. Io forse sono sempre stato comunista. Io devo avere sbagliato qualcosa. Nella mia vita. Io non sono una persona intelligente. Io non sono una persona ingegnosa. Io non sono una persona arguta. Io sono nato che mi hanno fatto così. Io sono una persona che non capisce delle cose. Se lavoro a Mirafiori non posso scioperare. Non posso ammalarmi. Non posso fare pause alla catena. Non posso iscrivermi al sindacato. Io allora non sono un fasscinista. Io non sono un fascista. Ecco perché non sono ricco. Ecco perché voterò NO. Ma non capisco perché Mussolini e Fassino e D’ Alema e Marchionne, e Chiamparino e Fioroni e Ichino e Letta e Marini e Veltroni e Bersani ce l’ hanno con quelle persone come me. Io dico che un giorno Fassino e Mussolini e Marchionne e D’ Alema, e gli altri si ritroveranno all’ inferno di Dante. Non Dante il mio amico. All’ inferno ci vanno le persone cattive. Mirafiori. La loro Gomorra del Nord. La loro Fontamara. Sono cani. Come i cani delle guardie del principe. Poi nulla. Poi i cafoni. Poi nulla ancora. Io morirò forse alla catena. Per fare ricco Fassino, Mussolini, Marchionne, D’ Alema. E gli altri. Io morirò forse mentre sciopero. Per i miei diritti. Io morirò forse per un incidente sul lavoro di notte. Mentre la Camusso sta a casa a dormire. Ma io sono un tornitore. So costruire. So tornire. Una canna di fucile. Io forse costruirò tanti fucili. E saranno tanti fucili. Io tornirò canne di pistole. Perchè io faccio il tornitore. Io sono poco intelligente. Ma io non morirò invano.
La corazzata Mirafiori
(ai resistenti)
Vermi. I soldati, rifiutarono di mangiare la minestra. Dentro c’ erano vermi. Chi non mangerà, la minestra. Verrà fucilato. Vermi. FIM- CISL. UILM-UIL. Dentro la minestra. Dei soldati. Ci sono vermi. I vermi nuotano. Nel marcio. Mirafiori, dice NO. Mirafiori, verrà fucilata. Non sarà sempre così. Non sarà una minestra, marcia. Marcia, dei trentamila. Minestra vecchia. Minestra marcia. Vermi. Ci sono vermi. Li vedi. Elkan. Markionne. Vermi. Li vedete. Ditemi. Li vedete. Verrò fucilato. Verranno fucilati. FIOM-CGIL Resiste. Esiste. Lei non mangia minestra. Dice NO, ai vermi. I soldati, si sono rifiutati. Alcuni di loro, li hanno fucilati. Non sarà sempre così. Una madre, operaia. Avanza. Rifiuta minestra, di vermi. Ha un bambino. Sulle braccia. Non ha più latte, ai seni. Una madre, resiste. Mai vermi, per mio figlio. Un giovane sanguina. Sulla linea. Alla catena. Molti giovani, ora. Sono alla catena. Giovani sanguinano. Dalla bocca. Li vedi. Dimmi se li vedi. Vermi, nella minestra. Un popolo, non mangia vermi. Massacrateli. Gridano vermi. Eppure sono morti. Non esistono. Se non in questa mia. Non esistono. Sono morti. Da tempo. Marci. Sono marci. Morti che camminano. Morti, che mi fucilano. Decido quindi, di non morire. In questa scalinata. Fucilazioni sommarie. Spalancate i cannoni. Armate le baionette. Gridano vermi. Uccideteli. Resta alla catena, la battaglia. Non si arresta, la catena. Hanno insegnato, a resistere. Fino alla fine. Non è ancora finita. Vermi. Ti ho detto che resisto. Ti ho detto. Ho deciso. Di non morire. Per resistere ancora. Gridano gli ammutinati. La fine è la vostra. Vermi. Guardo la scalinata. Fumo di spari. FIM. UILM. I cosacchi. Sono arrivati. Al termine. Ora è finita. La minestra, è in lattrina. Del potere. Cloache, ricolme di vermi. Il pozzo nero. Del potere. Lo specchio, di vermi.
Attenzione caduta masse
(Tunisia, Albania…….……)
A terra. Schiacciati. Calpestati. Massi. Masse. Caduta massi. Caduta masse. Strada, chiusa. Non c’è soluzione. Alla morte. Morti bianchi. Massi bianchi. Strade bianche, chiuse. Non c’ è l’ alternativa. Non la vedo. Caduta, masse. Non vedo alternativa. Cado, nella massa. Dalla massa. Sono una massa. Corrente elettrica. Massa a terra. Fili spezzati. Tagliati. Fili conduttori. Non c’è più, strada. Non vedo. Vicolo cieco. Caduta masse. Scansatevi. Se potete. Organizzatevi. Se potete. Non ci sono, altre strade. Non ci sono, alternative. Se cadono, masse. Riorganizzarsi. Prima di Protezione, Civile. Specula. Alternativa, speculare. Ai nostri vuoti. Ai nostri silenzi. Assensi. Di molti anni. Senza rete. Di Protezione. Civile. Cadono massi. Reti spezzate. Cadono masse. Da tetti. Scoperti. Uragani di niente. Spazzano i tetti. Spazzano alternative. Masse a terra. Idee in movimento. Ma cadono masse. Caduta massi. Li vedo. Nella rete. Fognaria. Uniche alternative. Nella fogna. Otturata. Protezione, Civile. Urgente. Armare Protezione. Pericolo crollo. Istituti. Bancari. Istituti. Statali. Istituti. Fognari. Caduta masse. Rivendico allarme. Istituzionale. Troppo tardi. Le nostre compiacenze. Le nostre reticenze. Le nostre dipendenze. Mentre fuori. Caduta masse. Cerco uscite. Sicurezza. Ancora non vedo. Vicolo cieco. Strada senza uscita. Caduta masse. Reliquie innocenti, stuprate da poteri. Un osmosi si ribella. Porcilaie ministeriali, in auto blu. Corrono sulle masse. Blindati. Arroccati. Arrocco di re. Stallo. Scacchiere in bilico. Pericolo crollo masse. Cadaveri monchi. Appalti funebri, taroccati. Sciacalli profeti, guidano il paese. Verso baratri. Dove io, già caduto. In masse funeree. Brucio vessilli. Camice di forza. Su pennoni di Stato. Intolleranze anoressiche, sbavano saliva. Caduta masse. L’ alternativa fallita. Non c’è scampo. Scampia. E’ questa bandiera. Tunisia. Albania. Crollo globale. Minorenni. Minotauri. Nel labirinto. Cadute masse. Morte vostra. Ora. Masse, rialzano il proprio, corpo.
Europa d’Egitto
(ai rivoluzionari)
Morti. Dispersi. Persi. Persino. Persiane. Kiuse. Kiudete imposte. Kiudete porte. Ke nessuno eska. Da quella Rivoluzione. Lasciate l’Europa. Europa d’Egitto. Ke nessuno eska. Da kuesta Europa. Bankokratika. E’ kui. Il konto Mubarak. Lasciate l’Europa. Sola. Kui non è Kossovo. Kui non è Afghanistan. Kui non è Iraq. Kui, è konto korrente. Bankokratiko potere. Nessuno tokki Kaino Mubarak. Guardo Abele. Trovo Ponzio Pilato. Nessuno tokki Bankomat gasdotto. Stati Uniti. Emirati Uniti. Ma io vedo. Io so. Tu in Tunisia. Tu in Albania. Tu in Egitto. Tu in Algeria. Tu in Europia. Karta Kredito CIA. Nessuno tokki Kaino Mubarak. Grida Obama. Sinistra Europia okkupata. In krisi, per nipotina Mubarak. No. Okkupata in krisi sinistra. In Europia. Tace sinistra demokratika. Egitto è kui. Europa d’ Egitto. Ha paura. Bankomat divelto da piazze. Egitto, muro d’ occidente. Il muro d’ Europa. Ora, muro d’ Egitto. Krolla muro. Krollano muri. Krollano merkati bankomat. I morti, pagano in kontanti. Obama CIA grida. Non tokkate Kaino Mubarak. Ti ho detto. In kontanti. Pisciano dentro ONU. Lattrine ONU, otturate. Ban Ki-moon. Ban Ko-mat. Kaski Blu fuggono. Da Karte Kredito. Ora si paga. In kontanti. Energie rinnovabili. Piazza Tahrir. Piazza Bastiglia. Indietro non si torna. CIA si kaka addosso. Obama promette AFRICOM. Sinistra Europia, konfusa. Kui niente kambia. Non konosco Afrikom. Grida Sinistra Europia. Miopia. Kosì sia. Amen. Albania. Berisha, korridoio per Europia. Aiuti umanitari a Egitto. A Kaino Mubarak. Salviamo bankomat. Europia. Borghesia sinistra. Traffiko skiavi. Merkato skiavi. Non necessariamente, fuori konfini. Per nostri bankomat borghesia. Reintegrare skiavi. Sgombrare piazze. Demokrazie fuori piazza. Fuori merkato. Egitto sia Arabia Latina. Skuadroni della morte. Da CIA-MOSSAD-ENSIS. A Kaino Mubarak, resti il bankomat. Padre nostro. Venga il tuo regno. Europia, non tremare. Per ora.
Carcere minorile di Arcore
Chiuso. Hanno chiuso, con il futuro, queste ragazze. Non avranno mai più, un futuro, queste ragazze. Le hanno chiuse, nel Carcere minorile di Arcore. Le hanno chiuse, per sempre. Sai vero, che c’ è un Carcere a Arcore. Dentro ci finiscono le ragazze belle. Forse sono solo belle. Forse sono senza sogni. Allora le hanno fatte belle. Vuote. Mangiafuoco le ha catturate. Ma di altro vorrei parlarti. Della vita che non avranno mai più. Mangiafuoco ha preso per sempre la loro vita. Loro hanno creduto, a Mangiafuoco. Molti, gli hanno creduto. E hanno perduto il futuro. Hanno perduto i sogni. Credevano all’ idea, che siamo immortali. Credevano che non sarebbero mai entrati, in un carcere. Invece chi invoca eternità. Paga. Il Carcere minorile di Arcore, spaccia la droga. Per coprire il dolore del Carcere. Per coprire che non c’ è un futuro. Qui. Dentro il Carcere minorile di Arcore, non c’è rispetto. Dentro il Carcere minorile di Arcore, comanda Mangiafuoco. Brucia i sogni, della ragazze. Prende i corpi. Prende la giovinezza. Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza. Diventeranno presto donne. Donne vuote. Donne senza passato. Chi è passato, dal Carcere minorile di Arcore, muore presto. Molte ragazze, muoiono, dentro il Carcere. Quelle che escono. Nessuno le cerca più. Escono dopo molto tempo. Maggiorenni. Ma sono morte. Nessuno le vuole più. Mangiafuoco ha mangiato la loro pelle. Guardale. Se le guardi, non hanno più la pelle. Sanguinano da ogni braccia. Endovene a rovescio. Lasciano tracce. Come lumache sgozzate. Guardale. Non hanno più gli occhi. Che erano belli. Adesso sono buchi neri. Esce liquido marcio. Come liquame di un fosso. Guardale. Che avevano labbra di fiaba. Non hanno più la bocca. Hanno perduto i denti. Adesso è un foro senza uscita. Vicolo cieco. Strada chiusa. Le ho viste su una strada. Non hanno più capelli. Il cranio è vuoto. Spuntano chiodi. Dal cranio, a rovescio. Il corpo è divelto. Fai svelto. Dicono a clienti. Brucia questa lettera. Brucia vivo. Mangiafuoco sarai cenere.
Simone Righi condannato
Ozzano Emilia
Simone Righi, ex cittadino ozzanese, è stato condannato dalle autorità spagnole a quattro anni e sei mesi di prigione, sei euro giornalieri per sei mesi, poichè ritenuto colpevole di ‘Delitto di attentato’. La notizia è arrivata mercoledì 2 febbraio, dalla Spagna, dalla città di Cadiz, dove si è svolto il processo lunedì 24 gennaio 2011. Ma chi è Simone Righi? E per quale motivo è stato condannato? In realtà, a Ozzano Emilia esiste un gruppo di sostenitori del caso Righi, nonostante non abiti più a Ozzano Emilia. Simone, cittadino italiano, nel settembre 2007, con la compagna Jo Fiori, arriva in Spagna, appunto nella città di Cadiz, per visitare il paese. Si recano nel paese iberico, anche con tre cani, che depositerà nel canile di Puerto Real per qualche giorno, Holly, Vito e Maggie. Quando Simone e Jo ritornano al canile per riprendere i loro cani, scoprono una realtà agghiacciante: il canile uccide sistematicamente i cani in custodia e poi li brucia e li fa scomparire. Simone trova solo il corpo di Holly, dentro un freezer, dove era stata rinchiusa viva, dopo un iniezione di un potente paralizzante vietato dalla legge, il MIOFLEX. Simone e Jo denunciano immediatamente alle autorità spagnole la situazione, e venti giorni dopo organizzano una manifestazione animalista contro il canile, nella città di Cadiz. Il giorno della manifestazione coincide con la festa del patrono della città, e Simone viene arrestato con l’accusa di aggressione al sindaco di Cadiz, la signora Teofila Martinez. Simone viene picchiato violentemente e rinchiuso in isolamento. Resta in carcere tre mesi. Solo dopo l ‘ intervento di politici italiani, e personalità come Brigitte Bardot, del Console Barbanti, e un infinita raccolta di firme in tutta Europa, Simone viene scarcerato, ma dovrà essere processato. E siamo all’ epilogo. La Corte Provinciale di Cadiz, condanna Simone Righi a quattro anni e sei mesi di reclusione per tentata aggressione al sindaco di Cadiz, e nove mesi per resistenza a Pubblico Ufficiale durante l’ arresto. Le sue prove a discolpa, fotografie, testimonianze, e anche un testimone importante come la giornalista del giornale Voz De Cadiz, che ha seguito in diretta la manifestazione e testimonia per l’ innocenza di Simone, non è sufficiente per il Tribunale spagnolo. Restano inutili, per ora, anche tanti testimoni che hanno dimostrato con numerose fotografie e filmati in rete, che non c’ è stata nessuna aggressione o tentata aggressione al sindaco, né tantomeno nessuna forma di resistenza all’ arresto. In rete si è già mobilitato il movimento pro Righi, e ci sono oltre diecimila firme per il sostegno dell’ innocenza di Simone. Gli avvocati di Simone Righi hanno annunciato il Ricorso Immediato alla Corte Suprema di Madrid per ribaltare la sentenza.
Licenziata per sicurezza
(a una lavoratrice-madre della TIEMME S.p.A. Toscana)
Quando leggerai, questa mia. Non so, come staranno, le cose. Per ora male. Una lavoratrice-madre, come te. Autista di autobus. Dipendente, della TIEMME S.p.A. Azienda pubblica. Trasposto locale, Arezzo, Piombino, Siena, Grosseto. Hai ricevuto, una lettera. Non mia. Licenziata. A seguito, di aspettativa di maternità. Licenziata. Motivo, di licenziamento. Abbassamento vista, per Patente D. Spiacenti. Lei non può, lavorare da noi. Ti hanno detto. Non ricollocabile. Ripetiamo, per non udenti. Licenziata. TIEMME S.p.A. Gestione Partito Democratico. Licenziamento democratico. TIEMME, azienda pubblica di Regione Enti Locali. Presidente Regione Toscana, Enrico Rossi, Partito Democratico. Presidente Provincia Arezzo, Roberto Vasai, Partito Democratico. Sindaco Arezzo, Giuseppe Fanfani, Partito Democratico. Eccoli. Mi spiego. Non mi piego. Classe dirigente. Sporca. Firma lettera, democratico licenziamento, dottor Piero Sassoli. TIEMME S.p.A. millecentocinquanta dipendenti. Ignoti i dirigenti. Per loro decisioni. Una madre, paga. Una classe, dirigente, appagata. Fatturato novanta milioni euro. Una lavoratrice-madre, costa. Un centesimo di dirigente. Ma dirigente comanda. Silenzi stampa. Silenzi assensi. Silenzi consensi. Io no. Io grido. Io scrivo. Io stampo. Lavoratrice-madre, non sei sola. E tu. Guardami, dirigente. Un soffio, di calce. Markionne rosso. Markionne Toscana. Un soffio, di merda. Per tue, democratiche lettere. Non resto a guardare. Avvoltoi, pericolo democratico. Avvoltoi, avvolti in camice nere. Avvoltoi, scendono. All’inferno. Dove niente, resta come ieri. Avvoltoi dentati. Ti ho detto. Non resto a guardare. Forche appuntite. Verso il cielo. Grido sangue. Spalanco forche. Combattiamo, ora. Ad armi pari. Ci divide un baratro. Io non volo. Ora cavalco avvoltoi. Inforcati nel petto. In picchiata. Cadremo. Ma non sarà invano.
Ti faccio credere
Sindrome del silenzio. Ti faccio credere. Chiuso in camera di cranio. Il mio pensiero. E’ il tuo. Ti faccio credere. Sindrome del silenzio. Tutti tacciono. Giacciono. Soggiacciono. Sei minoranza. Ti faccio credere. Tu credi. Io sono tuo pensiero. Ora. Io sono maggioranza. Io sono tutto. Io sono tuo dio. Ti faccio credere. In dio. Sindrome del silenzio. Dove sono tutti? Non cercare. Sei solo. Sei minoranza. E’ tuo dio. Che parla. Ti parla. Ti faccio credere. Non c’è nessuno. Al di fuori. Di me. Tuo dio. Democrazia fallita. Chiederai nazismo. Sei minoranza. Tutti come te. Ti faccio credere. Chiederai fascismo. Sono tuo dio. Ragazze scomparse. Riapparse. Morte. Ti faccio credere. Segreti servizi. Sei minoranza. Segreti servizi sanno ragazze. Segreti scomparsi. Riapparsi. Chiederai fascismo. Ti faccio credere. Sei solo. Nel tuo cranio di camera. Camera ardente. Ti faccio credere. Funerale pubblico. Yara. Segreti servizi. Deviazione. Sindrome del silenzio. Chiederai nazismo. Pena morte. Sei minoranza. Democrazia fallita. Pena la morte. Video di dio. Sindrome di dio. Ti faccio credere. Immigrazioni. Evasioni. Privatizzazioni di pensieri. Chiamate Finmeccanica. Armi in poligono. Nanomolecole. Sindrome del silenzio. Non mi basta. Mio pensiero. Globale. Tuo pensiero. Mondiale. Ordine mondiale. Controllo pensiero. Nanoscienze. Segreti. Servizi. Deviazione. Tutto è oltre. Ti faccio credere. Sindrome del pensiero. Non pensarci. Dimentica. Ricorda. Miei pensieri. Io dio. Tuo dio. Nessuno al di fuori. Di me. Nanoscienze. Nanocomunicazioni. Nanomolecole. Ti faccio credere. Io dio nano. Io neuroscienza. Non ho coscienza. Etica. Bioetica. Sindrome del silenzio. Non pensarci. Io penso. Nuove democrazie. Nuovi nazismi. Nuovi fascismi. In tua camera. Di cranio. Una sindrome. Sperimento omicidi. Immigrazioni. Deviazione. Reazione cutanea. Sperimento neonazifascismi. Ti faccio credere. Sarai tu. Chiederai morte. Nanomolecola. Controllo mondiale. Di menti. Dementi. Altro non siete. Non c’ è spazio. Nanospazio. Ora. Siete meteore.
La partenza degli sconfitti
(ai manifestanti. E a me stesso)
La partenza. Degli sconfitti. E’ una ritirata. Manifestazione dodici marzo duemilaundici. Io non c’ ero. Ma io ho visto. In piedi, i manifestanti. Piedi di manifestanti. Nella nera pece. Niente bandiere di partito. Ritirate. Ritirata. Non confondere. Bandiere comuniste. Con bandiere fasciste. Ritirate. Pece nere. Manifestazione dodici marzo duemilaundici. Difesa Costituzione. Troppo tardi. Ritirate bandiere, hanno permesso la morte. Tempo addietro. Io sto dietro. A tutti. Resto immobile. Stampa immobile. Niente più Egitto. Niente più Tunisia. Niente più Albania. Niente più Algeria. Niente più niente. Ribelli muoiono. Moderni lager. Noi manifestiamo. Senza bandiere. E andiamo fieri. Niente più niente. Qui non è Holliwood. Piedi nella pece. Non si va lontano. Resto affisso. Al muro. Sguardo fisso. A terra. Sguardo sepolto. Costituzione già morta. Scuola già morta. Moderni lager. Loro sì. Loro. Squadroni fascisti. Da destra e sinistra. Senza bandiere. Muti. Per noi la pece. Non è pece. E’ merda. Da sinistra e destra. Ma di molto altro. Non hanno bandiere. E noi camminiamo. Senza bandiere. Una partenza. Nera. Bruciati. In partenza. Cunicoli armati. Dimenticati. Era quella la strada. Io non c’ero. Ma io ho visto. Dove andremo. E’ merda. Sbarramento elettorale. Armamenti. Scuole private. Sanità private. Moderni lager. Guerra. Mercenari. Contractors. Prodromi fascisti. Destra e sinistra. Non hanno bandiere. E’ merda. Sterco per masse. Masse di sterco. Genesi. Di questo futuro. Europa nazidemocratica. Assiste regimi. Moderni lager. Nostro futuro. Rincaro prezzi. Una salvezza, costo triplicato. Europa nazistocratica. Da destra e sinistra. Senza più bandiere. Voi camminate. Curvi del peso. Di una ritirata. La vostra partenza. Senza ritorno. A poco a poco. Piedi e gambe. Nella pece. Intestino e gozzo. Fino al cranio. Ora sì. Non vedete bandiere. Squallidi uncini scheletriti. Neri di sterco. Senza bandiera. Il corpo uncinato. Impiccato. E’ il mio. Ai miei piedi. Una bandiera. Armata.
Che male c’è?
(Bologna, Primo Maggio 2011, CGIL senza CISL e UIL. E Markionne)
Minacce. Da Cisl e Uil. Minacce. Terrorismo giallo. Taglia la testa al gallo se ti becca nella schiena. Terra salata. Terra bruciata. Cantava Ivan Graziani. Grazie Graziani. Mi hai insegnato cose. E Bologna ha imparato. Ma io so. Che non solo Bologna. Ma altre città. Libere. Fuori i fascisti da questa città. Minacce. Da Cisl e Uil. Io non ho paura. Bologna non ha paura. Come potevamo noi cantare, con il cuore straniero sopra il cuore. Scriveva Salvatore Quasimodo. Grazie Quasimodo. Alle fronde delle fabbriche. Appesi, sospesi. Fuori, dai cantieri. Mi riprendo il mio ieri. Grazie Quasimodo. I tuoi precari senza nome. I tuoi padri senza fabbriche. Cerco gli utensili per dirti cose. Tornisco frasi, sul tornio del mio giorno. Senza diritti. Che male c’è. Stare senza di loro. Per un giorno almeno. Lasciamo questo giorno libero. Libera uscita. Di sicurezza. Grazie Quasimodo. Alle fronde delle mie pause. Il vento ci scuote. Oggi Primo Maggio. Non saremo appesi. Come paesi occupati. Da sindacati stranieri. Quanto tempo è servito. E adesso ascolto minacce. Ho spalle potenti. Resistenti. La piazza è nostra. Ora ascoltami, Quasimodo. I tuoi salici sono cresciuti. Abbiamo radici. Abbiamo atteso. La terra ci ascolta. Il cielo ci guarda. La storia ci parla. Non più figli appesi. Non più stranieri. Non più piazze tradite. Primavera è arrivata. Primo Maggio 2011. Bologna ha coraggio. Me l’ha insegnato il vivere. E adesso attendo il domani. Ritornerò nella fabbrica. Avrò dignità e onore. Avrò futuro e lavoro. Non più cetre. Non più. I figli ci seguiranno. Per sempre una Piazza Maggiore. Libera. Non più fascisti. Non più. Lascio a Cisl e Uil l’erba di ghiaccio. Un freddo che li trascina. Lontano. Dalla mia città. Bologna, sei bella. Per un giorno. Non tradire. Mai. Che sono vecchio. Mi resta poco. Prendi questo che resta. Un giorno. Non tradire. Sei storia. Resta Storia.
L’Aquila vince
(6 aprile 2011, due anni dopo)
Aperta città. Per te. Che nessuno sa. Questa poesia rap. Per te. Scoperta. Ti porto via. Che c’è. Un terremoto. Scoperto. Assassino, coperto. Prefettura evacuata. Non mia città. Decimata. Nessuno lo sa. Fenditura, rottura. Copertura. Rapporto logistica. Mi porta a credere. Non fede mistica. Ripeto. Mi dicono. Ritorni in casa. Terra evasa. Terra che manca. Le bare al mattino. Tre giorni prima. Aperta città. Ritorno bambino. Vecchio, chissà. Ma le bare su spiagge. Si faccia coraggio. Aperta città. Terremoto. Vedo già. Buio ritorna. Cavallina storna. Assassino coperto. Conosco mandanti. Assassino ritorna. Protezione briganti. Un affare scoperto. Muro divelto. Corpo schiacciato. Arenato. Mia città. Ancora combatto. Corpo amputato. Da Stato. Assassino. Protetto. Protezione. Una donna, morta. Nel letto. Dentro lo Stato. Cadaveri in Studentato. Poi giovani e vecchi. Un bambino e una donna. Avezzano, Camarda, Onna. Altri assassinati, stringo le mani. Un pugno, governo di nani. Sulmona, Cappadocia, Barisciano. Protezione baciamano. Presidente la prego. I morti mi cadono. Soldi rinvengono. Qualcuno ci ride. Appalti che mantengono. Cerco mia madre. Vomito macerie. Trovo lo Stato. Paganica, Ofena, Pietranico. Cerco miei figli. Assalto di panico. Non sento respiro. Roccamorice, Catignano, Cugnoli, San Gregorio. Divise in giro. Militari ovunque. Poggio Picenze, Ocre, Molina Aterno. Buio intorno. Tragico giorno. Il risveglio che non dormo. Cavallina storna. Assassino ritorna. Chiudo le mani. Piango sui nomi. Dichiaro vendetta. Percorro la strada. Muri sui corpi. Sepolti. Faccio staffetta. Resta poco. Grido in fretta. Devo vendicare. Resta poco. Da seppellire. Da dire. Non lasciarmi ricordi. Porta via l’ imbrunire. Lasciami solo. Sono nel volo. Un Aquila in cielo. Racconto che è vero. Non avevo le ali. E adesso rinasco. Nel nido di un sogno. Apro il mio pugno. Sono ali di un cielo. Bambino sincero. Ho perduto il respiro. Nella notte di aprile. Ritorno a fiorire. Stella marina sul monte spaccato. Una mano assassina. Ci uccise che ero bambino. Riconosco il volto. Storna cavallina. Il cielo ha colore. Ed io sono tornato. Il cielo di colore si tinge. E’ l’ Aquila. Che vince.
Nuda proprietà
(lettera aperta gli assenti della Celebrazione della Resistenza a Bologna)
Sfascisti democratici, svendono. A fascisti tecnostorici. Revisionismo, riformismo. 25 aprile. Vendesi. Ultimo piano. Senza ascensore. Da rivedere. Nuda proprietà. Prezzo interessante. Proprietario, vicino alla morte. 25 aprile. Occasione. Democratici aprono porta. Ultimo piano. Previo appuntamento. Telefonare ore ufficio. Telefono ora. Chiedo informazione. Chiedo la storia. Risponde segreteria. Siamo momentanemanente assenti. Oggi 25 aprile. Democratici assenti. Fascisti alla porta. Ultimo piano. Non dicono storia. Io voglio sapere. Io voglio ricordare. Io voglio acquistare. Conoscenza. Resistenza. Trovo solo. Nuda proprietà. Non resta altro ormai. Telefono ancora. Siamo momentaneamente assenti. Urino sangue. Vomito bestemmia. Cerco numero, domini. Striscio a terra. Urina, in pelle secca. Squamo carta, segreta. A mio nonno. In campo concentramento. Scrivo su carta. Caro nonno. Devi morire. Morire ancora. Morire sempre. Perché noi, si deve morire. Per nuda proprietà. Caro nonno. Da questo letto. Di sterco umido. Ti scrivo. A te non lasceranno croci. Hanno bruciato ogni dove. Carta di merda. Non brucia. Ti resta solo questa. Che tu dovrai ancora, morire. Io cerco. Ti cerco. Ti ricerco. In questo sterco. Di storia. 25 aprile. Che brucia. Nelle mani. Le bandiere. Le parole. Le grida. Ogni cosa. A loro brucia. Vendesi. 25 aprile. In nuda proprietà. Sono ancora qui. Crollato a terra. In questa terra. Di merda. Sputo le mani al niente. Alzo lenzuoli ai cadaveri. Li guardo appesi. A chiodi di telegrafi. Impiccati. Decapitati. Bruciati. Amputati. Caro nonno. Dovrai morire ancora. Per questa merda di storia. Una fossa acida. Una fossa comune. Una fossa revisionista. Morire ancora. Marcire con gli assassini. Ti uccideranno sempre. Perché sei innocente. Da questa lettera di sterco. Ti abbraccio. Sento squillare. Il telefono. No. Hanno venduto. Si attende, ora. La mia morte.
Il pidi-mocristiano
(A Matteo Renzi)
Primo Maggio. Lavorate. Io no. Matteo. Renzi. Pidi-mocristiano. Primo Maggio. Lavorate. Operai. Di merda. Io guardo. Vangelo. Secondo Matteo. Renzi. Primo Maggio. Lavorativo. Per gli altri. Io guardo. Io Matteo. Voi nessuno. Io come Calearo. Io sono, pidimocristiano. Voi, operai. Dimmerda. Primo Maggio. Giorno normale. Voi anormali. Allora lavorate. Ecco cosa è servito. Cenare ad Arcore. Ecco cosa è servito. Essere sindaco.
C’ era La Pira. Ora La Pirla. Pidimocristiano. Come tutti. Tradiscono. Candidato a segretario. Vangelo secondo Matteo. Primo Veltroni. Terzo Bersani, dice. PD fondato sul lavoro. Renzi esegue. Ne consegue. Nessuno lo segue. Elettori. Ribellioni. Dimissioni. Matteo, hai mai lavorato? Matteo grida. Al lavoro. Schiavi. Per mia poltrona. Io Re Sole. Per te ghigliottina. Per tutti come te. Invece noi si tace. Thyssen Group. Eureco. Morti bruciati. Cani. Schiavi. Cenere di merda. I sopravvissuti, piangono. Vedono, i compagni. Bruciare. E tu mi dici. Schiavo. Vedono, i compagni. Morire, nel fuoco. I sopravvissuti, hanno mani nere. Hanno spento i compagni. Hanno il viso arso. Pelle squamata. Pori acidi di siero. Il naso è scomparso. Le labbra sono crosta. Niente ciglia. Ma gli occhi. Gli occhi. Ti guardano. Nella tua merda poltrona. Il tuo vile discorso. La tua camicia pulita.
I tuoi bracciali d’ oro. I tuoi anelli, diamanti. Gli occhi, ancora. Ti guardano. Fotteresti tua madre. Per una carriera. Fa paura, bruciare. Fa paura, vedere morire. Ma io non cambio. Tu no. Fotteresti tuo figlio. Per il comando. Per te una ghigliottina, presto, la mattina. Un giorno diverso. Una ribellione. A te, Comunione Liberazione. Ritorna dov’eri. Una ghigliottina, per il tuo vangelo. Dagli occhi. Dei sopravvissuti. Ti guardo. Senza colore. Retine bruciate. Guardo il tuo odore. Letame di vacca. Pianto di colpa. Ti pianto, le parole. Nella gola. Lama nera. Bruciata. Stemprata. Non serve l’acciaio. Per tagliare merda.
Lotteranno fino alla morte
(ai lavoratori in lotta della Fincantieri)
Suicidati. Operai. Padri. Figli. Suicidati. Per loro, altri saranno in lotta. Non preoccupatevi. Dei morti. I vivi e i morti. E il resto non avrà fine. Suicidi. Licenziati da Fincantieri. Anni fa. Poi, oggi, tremila, licenziati. Forse cinquemila. Che importa. A Amministratore Delegato, che importa. Uno più. Mille meno. Che importa. La vostra carne, da macello. La nostra carne. Al manganello. Celere ovunque. Ma io perdo lavoro. Io non rubo. A Celere non importa. Uno più. Mille meno. Sangue. Sul viso. Carne. Da macello. Operai, al patibolo. Ma voi. Verrete al fianco. Fino alla morte. C’è una morte. Anche per Amministratore. Con noi. Sul patibolo. E poi, il politico. Al mio fianco. Una corda. C’è sempre. Sui patiboli della vita. Fine vita. Per noi, che volete chiudere. Non si chiude mai. Sempre si muore. E allora, in ginocchio. Figli di troia. Roma arriverai. Arriveremo. A migliaia. Uno più. Uno meno. Sangue. Sul viso. Il tuo. Uno più. Uno meno. Prenderemo auto blu. Le tue scarpe nere. Il tuo funerale. Fino alla morte. Prenderemo il tuo scranno. Fino alla morte. La sera. Torneremo a casa. Quella che paghiamo. Prenderemo la tua. Che ti sei regalato. Fino alla morte. A migliaia di case. Una più. Una meno. Ai compagni, suicidati. Quelli di ieri. Quelli di domani. Dedico un patibolo. In tua compagnia. Uno più. Uno meno. Una guerra. Una più. Una meno. Fino alla morte. Il patibolo, davanti alla croce. Crocifissi. Rideremo. Dei chiodi tra i nervi. Rideremo. Vederti. Penzolante. Amministratore. Delega la morte. Se puoi. Noi siamo occupati. A lottare. Scendiamo. Vedi, dalla croce. Siamo il ferro, dei chiodi. Nervi saltati. Fino alla morte. Per i compagni. Suicidati. Per loro e per altri. Lotteremo. Per un paese diverso. Sarai allora, solo. Sul patibolo. Noi si scende. La corda è tua. Figlio di troia. Non hai capito. Tu, devi morire. Sangue, ancora sangue. Come sempre. Uno più. Uno meno. Nelle strade, a senso unico. Nei palazzi, di potere. Mille più. Mille meno. Fratello d’Italia. Siam pronti alla morte.
La sesta giornata di Milano
(al neosindaco di Milano, Giuliano Pisapia)
Vincono. Biciclette. Vincono. Nella sesta giornata. De Sica è tornato. Il neorealismo, democratico. Biciclette. Le ritroviamo. A distanza. Di anni. Ma le ritroviamo. Ci ritroviamo. In questa, sesta. Giornata. Da ricordare. Otto ufficiali, di Gheddafi, disertano. In questa giornata. Di biciclette. In questa piazza. Notizie, si rincorrono. Su biciclette. Come partigiane. In questa sesta giornata. Come staffette. Altre notizie. Germania, no nucleare. Vedo nuove biciclette. Attendo exit pool. Exit di sicurezza. Per nuovo Radetzky. C’è un sentimento. Nella piazza. Nerorealismo, democratico. Cantine. Rifugio, di biciclette. Per anni. Dopo anni. Si aprono. C’è un vento, in piazza. Ma non ora. Non ancora, ora. Sono in silenzio. Biciclette. Rifugiate, per anni. In questa sesta, giornata. Porte, di cantine. Si aprono. I martinitt corrono. Sono i primi. Liberi. Radetzky, spara a magistrati. Sesta giornata, sta arrivando. Dal buio, di cantine. Martinitt. Liberi. Corrono. Messaggi, tra le mani. Cadono. Si rialzano. Radetzky insegue. Spara. Ma biciclette, ora. Sono su strada. C’è vento. Martinitt, feriti, si rialzano. Un messaggio. Da consegnare. Attraversano, comizi e insulti. Hanno coraggio. I martinitt. Cento passi. Ancora. Da altre strade. Altri martinitt. Arrivano. Neorealismo. Arriva. In questo vento. Di primavera. Milano è qui. I martinitt, lo sanno. Altre porte, si spalancano. Di altre cantine. Porta Tosa, cannoni Radetzky, puntati. Ma stanno arrivano. I martinitt. Sono feriti. In questa, sesta giornata. E’ l’ ora. Biciclette spaccano i cannoni. Expo travolta. E’ rivolta. Barricate ora. Soffia il vento. Ancora forte. Fuori da cantine. Da rifugi. Un nuovo neorealismo. Democratico. Biciclette, come staffette. Abbracciano i martinitt. La sesta giornata. E’ arrivata. Duomo, e ora, Porta Vittoria. Porta la vittoria. Che in un riso, di pianto. Sventolo la mia bandiera.
La vittoria di un attimo
(al popolo dei Referendum)
Mia madre, si chiama Vittorina. L’hanno chiamata così, fin da piccola. Il prete, l’ha battezzata così. Non è colpa sua. Di mia madre. Mio padre, la chiama Vittoria. E’ l’unica vittoria, che ho. Nella mia vita. Io non vinco, quasi mai. Io, sono il figlio secondo. Di mia madre, Vittorina. Forse per questo. Non sono mai, il primo. Così, quando i quattro SI, hanno vinto, al referendum. Ho vinto anch’io. Mio padre ha detto, Vittoria. Non parlava, con mia madre. Parlava, da solo. Allora ho detto. Forse sto cominciando. A vincere. Ho visto il sindaco. Di Milano. Di Napoli. Di Bologna. Mia madre, non capisce, la politica. Mia madre, non capisce, i politici. Si chiama Vittorina. Io la chiamo mamma. Lei mi chiama Giuliano. Non l’ho mai chiamata, Vittoria. Solo mio padre. La chiama così. Ma quella sera. Dei referendum. Mio padre. Parlava da solo. Io, sono spesso, solo. Ma non chiamo mai. Perché non sono, mai primo. Poi ho saputo, di altri. Che avevano vinto. Mia madre, ascoltava. Mio padre. Lo guardava. Parlare. Da solo. Allora mia madre. Non capisce la politica. Ma i referendum, li ha capiti. Ha chiamato il suo nome. Vittoria. Ma il prete, l’ha battezzata Vittorina. E io sono secondo. Ho guardato meglio. I politici. Loro, hanno vinto. Non io. Loro, non perdono, mai. I referendum, non li volevano. Loro. I politici. Che vota mio padre. Mia madre. Io. Ecco perché, sono secondo. Perché non c’è altro. Perché, mia madre è mia. Perché, siamo così. Perché, la vittoria, dura un attimo. E sono ancora, da solo. Ad ascoltare, mio padre. Ora, si parla di elezioni. Un grande referendum. Mia madre, adesso capisce. La politica. Vede, i politici. Li ascolta. Gridare, Vittoria. Voi, siete quelli, contro l’acqua pubblica. Perché chiamate la mamma? Non si ruba la vittoria. Mio padre, straccia la tessera. Fuori c’è vento. Un’aria diversa. Forse stavolta, vinco davvero. Fuori c’è gente. Tanta gente. Diversa. Dai politici. Esco di casa. Per primo. La gente sorride. Finalmente, sono primo. Mio padre. Chiama mia madre. Vittoria.
Regalo di Kamusso
Centodieci anni. La mia FIOM. Compie centodieci anni. Siamo ancora vivi. Lei, Kamusso. Non ha centodieci anni. Ma è morta lo stesso. La sua CGIL. E’ morta. L’hanno uccisa, tanto tempo fa. Quelli come lei. Per questo, lei piace, ai socialtraditori. Il suo regalo. Ai socialtraditori. L’accordo, con CISL. UIL. Marcegaglia. Kamusso, vuole uccidere, ancora. La FIOM. Allora è guerra. Kamusso. Giuda del terzo millennio. Giuda per trenta denari. Giuda per tradire ancora. Kamusso. Lei nel mondo dei morti. All’Inferno. E’ andata all’Inferno. Ci resti ancora. La FIOM combatte. Nelle strade dei poveri. Nelle montagne dei vecchi. Nelle pianure dei precari. Io so. Suoi Uffici Interinali. Vomito. Davanti ai lacrimogeni, di CGIL. Vomito. All’odore del suo alito. Lei è morta. Come morti i suoi accoliti. Mi accecano. Altri morti. Morti bianchi. I manganelli interinali. I suoi, Kamusso. Si ricorda? A Ravenna. Nel porto di Ravenna. Era il primo di settembre, del 2006. Era il suo primo giorno, di lavoro. Si chiamava Luca Vertullo. Aveva ventuno anni. Morì schiacciato. Nella stiva del traghetto Espresso Catania. Dopo l’assunzione interinale. Nei suoi uffici. Una piccola Mecnavi. E questa, è tua, CGIL. Kamusso. Ti parlo di morti. Dei tuoi morti. Di un agenzia interinale, tua. Di nome Intempo. Anche la tua CGIL. Ha uffici. Interinali. Mercati degli schiavi. Grazie Kamusso. Dei morti. Dei profitti. Per cause naturali. Conosce la mamma di Luca? Ogni mattina, va sulla tomba del figlio. L’Agenzia Intempo assume ancora. E lei, Kamusso, firma accordi. Un regalo. Ai socialtraditori. La sua futura alcova. Ma lei è morta. Kamusso. Ma nessuno, va sulla sua tomba. Allora anch’io le faccio un regalo. La mia croce. Che ho sul petto, di metalmeccanico. Una croce Blu. Nel suo Inferno. Una croce temprata. Non teme il suo fuoco. Faremo noi, fuoco. Sui suoi accordi di Giuda. La mia croce. Il mio corpo, di povero Kristo. Spalanchi il suo alito. Se può servirle. Sono Centodieci anni. Che sopravviviamo. Su una croce.
Kampo profughi
(dedicato ai NOTAV, NODALMOLIN, NOF35 e tutti i NO del mondo)
Nello Stato d’Animo. Stato omicida. Ho visto profughi. Senza Stato. D’Animo. Li ho visti. Kon manganelli, tra le mani. Li ho visti. Sbavare. Gli okki allucinati. Ma non erano okki. Erano lakrimogeni. Sparavano, ai manifestanti. In Val Susa. Ma non era. Solo Val Susa. Era ovunkue. Pikkiavano vekkhi, e giovani. Non era solo, Val Susa. Ministro Merda Interno. Nello Stato, d’ Animo. Komanda neofascisti. Non rikonoskono Stato. Il loro Stato. E’ allucinato. Drogato, di feticismi. Profughi, in divisa. Defekare nelle tende. Pisciano nelle tende. Di manifestanti. Stato feticista. Ministro Merda Interno. Ordina defekare. La sua legge. E’ merda. Ministro Interno koprofago. Non solo Val Susa. Profughi, di G8 Genova. Oggi in Val Susa. Ma non solo, in questa valle. 7 luglio, 1960. Reggio Emilia. Ankora profughi. Rikordati, dei morti. Ministro Merda Interno. Ti manka amore. Ministro Odio. Odio Merda. Gabinetto Ministro Interno. All’interno, di Val Susa. Prega per te. Pekkatore. Rimetti a voi. I tuoi profughi. Non hanno madri. Profughi. Di amore. Fratelli di odio. Divise. Kondivise. Le repressioni. Nello Stato d’Animo. Omicida. Demokrazia internata. In Stato d’ Animo. Interno odia. Interno profugo. Giorno nero. Demokrazia nera. Ministro Merda Interna. Internata, in ventre. Merda Odio. Ha solo kuesto. Ma non sarà. In Val Susa. Una Portella di Ginestra. Non sarà Stato d’Animo. Rivolta ora. Non sarà. In Val Susa. Una Piazza Fontana. Tua merda. Interna. Interno. Ministro. Non sarà in Val Susa. Un 2 agosto 1980. Tuoi fascisti. In Stato d’Animo. Profughi. Di madri. Per kuesto odiano. Ministro Interno. Non ha madre. Ministro Interno. Vuole Gabinetto. Nella Val Susa. Rivolta. Giornata nuova. Democrazia avanza. Profughi in Stato d’Animo. Kiusi. In galleria. Senza Stato d’Animo. Paniko. Ministro Merda Interna. Ordina. Sparate. In Stato d’Animo. E’ rivolta. Un Paese, in rivolta. Una svolta. Ministro profugo Interno. Trema. Non c’ è amore. Nemmeno tua madre. Ti ha mai amato.
Resista chi può
(ai vecchi e nuovi resistenti )
Vive solo. Vive solo, per questo. Quell’ uomo. Vive solo. Per questo. Lo guardo. Solo. Lo guardo, solamente. Pensa. Solo. Pensa solamente. Ricorda solo. Solo, un ricordo. Aprile, 1948. Vive solo. Per questo. Nome di battaglia, Fosso. Quinta GAP partigiana. 1948. Vive solo. Imputato, nome di battaglia. Fosso. Sedici anni. In carcere. Vive solo. Anno 1948. La tua Togliattigrad. Di piscio. La tua Amnistia. A fascisti saloini. La tua Togliattigrad. Ci piscio. Vive solo. Per questo. Sedici anni. Fosso, ha ucciso. In 1948. Un fascista. Sedici anni. Di carcere. Marzabotto. Sempre in carcere. Vive solo. Sant’ Anna di Stazzema. Vive solo. Valdobbiadene. Monchio. Fosse Ardeatine. Strage di Lippa. Strage di Caviglia. Stragi fasciste. Lui ricorda. Lo guardo. Solo. Nel ricordo. Un uomo solo. Cosa resta. Della tua avanguardia. Un corpo. Bruciato vivo. Impalato. Un bambino. Impalato. Bruciato vivo. A Marzabotto. 1944. Fosso ha visto. I fascisti. Fosso. Nel 1948. Ha visto fascisti. Ha ucciso. Perché Fosso ricorda. Eccidio di Fucecchio. Eccidio di Montemaglio. Solo. Lo vedo solo. Ora. E’ solo. Un ricordo. No. Non è solo. Un ricordo. Molto di più. Qualcosa. Che Resiste. Fosso resiste. Sedici anni. Chiuso. In carcere. Strage fascista di Vinca. Strage fascista di Cumiana. Ti guardo. Fosso. Solo. Ti guardo solo. In merda di nazione. Presidenti fascisti. Piduisti. Revisionisti. Piscio sul bordo. Di amnistie. Urino e defeco, in Parlamento. Banchi imputati. Partigiane amputate. Decapitate. Accecate. Bruciate. Fosso è solo. Un ricordo. Solo. Un ricordo di nervi. Saldi. Nella vendetta. Resiste. Esiste, la vendetta. Nuove vendette. Solo. Queste restano. Oceano morte. Oceano vendetta. Coprimi, la fuga. Stanotte. Io vendico. Per tutte. Una volta. Per tutte. Oceano muoio. Ora. Resista, chi può. Anche il mare. Scava, la sua trincea.
Articolo 18
(a chi lotta )
Io nessun altro all’infuori di me difenderò me stesso all’affaccio interfaccio di sguardi digos polizia sugli spalti come tifoserie fasciste in corteo scarponi scudi plexiglas infrangibili elmi moderni maschere antigas su volti digrignati estreme forze poliziesche a garantire amplessi epilettici per cancellazione articolo 18 in governi piduisti a scapito di opposizioni divise su prezzo stoffa nuove bandiere portiamo alte immortali vecchie bandiere azzannate dal tempo a ritroso mi ritrovo schiena spezzata da lacrimogeni altezza uomo avanzo disavanzo pubblico spazio condiviso solo nel sacrificio che qui vogliono altro Carlo Giuliani in nuove sagome urlanti tra il mio grido sbavo sangue da denti spaccati avanzo ancora lettighe dentro Montecitorio per cadaveri pupazzi in regime a regime si scatena piazza corpi morti no non nocs corpi speciali intercettati tentano soppressione articolo 18 ancora e sempre per sempre dobbiamo restare in campi lager su reticolati ad alta tensione che si respira qui in questa spaziosa arena come chi prima di noi come chi ha lucida memoria di sparo in tempia di senato lucida canna di fucile per ancora sparo divina utopia cancellare repubblica di salò tornata in presidenza consiglio odore di morte che non sia ultima rassettare camera e senato in nuove utopie prima che niente resti di questo sordo suono di grande bang oligarchie sterco al potere odore merda da esofaghi sventrati da baionette rosse brigate di parole risvegliate da genuflessi popoli sperduti perduti amori in discariche abusive porto d’ armi porto e riporto corpi schiacciati da calpestii rimestii di false identità in nuovi rancori per battaglie dimezzate ora non più non più cerco il fine la fine è vicina irripetibile istante come bestia trafitta da spade trascinerà la storia come mai avremmo immaginato per dovere ritornare.
Monti Python
(falso d’autore)
Io sono, una persona piccola. Lo sono sempre stato. Anche da piccolo. Mio padre mi portava al cinema. Io amo il cinema. Io da piccolo. Con mio fratello, e le mie cugine. Eravamo nel cinema. C’ era ‘ Il provinciale’. Lo ricordo. Ma io, non ho memoria. Però mi ricordo lo stesso. Assomiglia a questo governo. La regia, del film. Era di Luciano Salce. La regia, di questo governo. Non lo so. O forse lo. Ma non lo posso dire. Era una storia, come questa. Una storia, di questo governo. E c’ era un giovane. Voleva fare il giornalista. Va a Roma. Nessuno lo vuole. Come Bersani. Come il PD. Che va a Roma. Sono piccolo. Ma capisco le cose grandi. Le cose da grandi. Allora trova una donna. Giovane. Ma è una prostituta. Come Monti. Come a Roma. Io non ci vado, a Roma. Il giovane si innamora, della prostituta. Sono cose, che capitano. Allora Bersani, dice cose. Cancelliamo Articolo 18. Lanciamo il futuro. Dei giovani. Nel cesso. I cessi. Dei cinema. Sono con pisciatoi, alti. Per un bambino. E io ero piccolo. Ritornai in sala. Ci vuole la fiducia. Bersani è una persona piccola. Lo è sempre stata. Si è innamorato. Di Monti. Una puttana. Non può amarti. Ci sono puttane oneste. Quelle ti amano. Una volta per sempre. Monti non è, così. Monti non sa amare. Monti vuole solo soldi. Vuole solo cancellare. La democrazia. Di questi anni. Diritti. Da questi anni. Io sono piccolo. Non vado nei cessi. Dei cinema. Ci vado prima. A pisciare. A casa mia. E dopo. Bersani non lo sa. Ma è piccolo. L’ ho visto pisciare, nell’ angolo. Della cassiera. Hanno chiamato. Monti. La maschera. Bersani dice. Ho già la maschera. Io capisco. Guardo il film. E’ un vecchio film. Bersani non vede. La fine del film. Non vede, sé stesso. Come il PD. Il giornalista, diventa famoso. Ma Bersani. E’ innamorato. Di Monti. La puttana. Lo abbandona. Bersani piange. Vuole il nucleare. Le guerre. Gli armamenti. Le scuole private. La sanità privata. Le pensioni private. Bersani è tra le mani. Della maschera. Ha la maschera. Tra le mani. Ma non si stacca più. Dalla faccia. E continua a piangere. Ma nessuno lo vede. La fine del film. Andiamo a casa. Mi volto indietro. Guardo il cinema. La gente esce. Ritorna nelle case. Resta solo. Bersani. Una puttana. Di celluloide. Mi ha tradito.
Orti di guerra
(no al governo Monti, Bersani, Casini, Berlusconi)
Scenderemo, a patti. Per raccogliere, cadaveri. Avremo orti di guerra. Da concimare. Con sterco di paure. Reciproche. Scenderemo a patti. Raccoglieremo merda. Per bocche, da sfamare. Reciproche. Cadaveri impalati. Cadaveri bruciati. Marzabotto ritorna. Resteremo chiusi. Nei nostri orti. In attesa, di morti migliori. Reciproche. Altro non avremo. Che merda. Dalle vostre bocche. Dai vostri ministri. Per bocche da spaccare. Nostre bocche. Per vostri decreti. Scenderemo a patti. Per evitare. Ancora morti. Ci affacceremo, ai nostri orti. Sguardi impiccati. Alle vigne recise. Ai canneti spezzati. Teste di cuoio, appese. Stivali di sangue. Concimeranno. Segreti servizi. Ministri impiccati. Bandiere tagliate. Arti di Stato. Esplodono, orti di guerra. Scenderemo a patti. Raccoglierete, vasi di sangue. Filari di oppio. Urino, sui vostri filari. Guantanamo per voi. Libero cani. Dal mio orto. Cani sciolti. Non scendo a patti. Ora è tuo, il sangue. Scendo da croci. Scendo dal cielo. Reciproco. Occhi riversi, al cielo. Tuoi occhi. Tua bocca, spalancata. Al cielo. Reciproco. Noi si esce. Dai nostri orti. Merda ovunque. Poi il tuo corpo. Non fa differenza. Con filari appuntiti. Avanzo, sui tuoi muri. Confini di orti. Decreti e leggi, tra merda e sorpruso. Ora avanzo. Altri cadaveri. Fuggono a ritroso. Tra canneti spezzati. Non scenderemo a patti. A un passo della vittoria. Corpo di Stato. In fossa comune. Orto comune. Orto di guerra. Corpo di Stati. Voi, siete Stati. In fossa comune. Scivola merda. Pozzo nero. Camice nere. Di escrementi essicati. Noi siamo fuori. Da nostri orti, di guerra. Combattiamo e muoriamo. Figli ci piangono. Mogli ci seppelliscono. Mai, in fosse comuni. Non scendiamo a patti. Cimiteri di guerra le piazze. Ricordatevi. I vostri decreti. Dichiarazioni di guerra. Non ci sottraiamo. Ci moltiplichiamo. Per combattere, fuori. Da orti di guerra. Non scendiamo a patti. Lasciamo a voi. Fosse di merda. Fosse di Stato. In questo paese. Anche i confini. Aspettano, i vostri liquami.