no al nucleare

 

La tecnologia nucleare non può essere definita sicura e non esiste un nucleare capace di ridurre al minimo le scorie, sia come quantità sia come radioattività. Esiste però un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile. Ovviamente questa possibilità aumenta con l’aumentare del numero dei reattori. C’è da aggiungere che i processi nucleari possono essere avviati ma non possono essere fermati, al massimo possono essere rallentati/raffreddati attraverso dei sistemi di controllo. La tecnologia nucleare è l’unica tecnologia che sappiamo costruire ma non sappiamo smantellare. E’ paradossale, può sembrare irreale, eppure è così.

Sarebbe fin troppo semplice, alla luce del disastro nucleare nella centrale atomica di Fukushima, attaccare il nostro Governo e le scelte energetiche intraprese. Potrebbe sembrare addirittura speculativo e demagogico. Le politiche energetiche disegnano il profilo di una Nazione, ne determinano lo sviluppo e la crescita, sinteticamente possiamo affermare che la politica energetica descrive il grado di sviluppo di un paese.

L’Italia oggi avrebbe potuto imporre un primato, sarebbe potuta essere l’unica Nazione Industrializzata ad essere denuclearizzata e avrebbe potuto segnare il passo investendo in ricerca e sviluppo nel campo delle energie rinnovabili. Purtroppo chi ci rappresenta non la pensa così e mentre tutto il mondo non investe da decenni nelle centrali atomiche (chi ce le ha se le tiene perché costa molto di più metterle a riposo che costruirle da capo), noi riprendiamo il cammino verso l’energia nucleare.

Di farneticazioni  Governative, ma anche dall’Opposizione, se ne sentono troppe. La peggiori sono legate alla sicurezza e alla convenienza economica di un modello energetico su base atomica. Sulla sicurezza degli impianti nucleari c’è ben poco da aggiungere, sulla economicità degli impianti stessi bisognerebbe semplicemente usare la calcolatrice e provare a verificare quanto costa produrre un kW di energia attraverso la fusione nucleare. Un dato significativo, capace di sintetizzare il concetto di “economicità”, è legato alla quantità di petrolio importato annualmente dalla Francia. Sappiamo bene che la Francia possiede più di 50 impianti nucleari ma non sappiamo altrettanto bene che essa importa più petrolio dell’Italia. Un altro dato significativo, analizzando ad esempio la situazione Giapponese, è legato al numero di reattori e al fabbisogno energetico che essi riescono a soddisfare. In Giappone esistono 55 reattori nucleari capaci di soddisfare soltanto il 29% del fabbisogno energetico elettrico nazionale. E l’altro 71% chi lo copre? Domande a cui il buon senso dovrebbe dare delle risposte. La realtà incontrovertibile è che il nucleare produce solo energia elettrica mentre nei paesi industrializzati, enormi comparti (basti pensare ai trasporti su gomma e all’agricoltura) non possono fare a meno del petrolio o del carbone. Inoltre le procedure di arricchimento dell’uranio e il funzionamento di una centrale atomica stessa, sono processi altamente energivori che non possono fare a meno del petrolio. Le stesse pompe di raffreddamento dell’impianto di Fukushima erano alimentate dal gasolio, non dall’energia elettrica.

E’ necessario riflettere anche sui costi di una centrale nucleare. I costi  di un impianto atomico sono enormi, basti pensare agli abnormi costi assicurativi che i cittadini devono pagare attraverso le tasse versate. Eh si, è proprio questo il trucco, chi “beneficia” del kW prodotto su base atomica vede le sue bollette leggere ma non sa, o finge di non sapere, che la parte corposa delle spese (mantenimento, assicurazione, avviamento e regolazione degli impianti ecc…) sono caricate sulle tasse.

Perché se questi impianti sono pericolosi, antieconomici, costosi e legati al petrolio a doppio filo, molte Nazioni continuano ad utilizzarli?. Semplice: smantellarli avrebbe costi enormi e non sarebbe possibile demolirli al 100%. L’Energia nucleare è figlia della guerra fredda, è figlia della corsa agli armamenti, della necessità di disporre di un potenziale atomico bellico, non certo energetico.

Un’altra riflessione è oltremodo necessaria: dicono che l’energia nucleare renda indipendente un paese, che in qualche modo lo liberi dalla dipendenza energetica.

Il paradosso è che, ad esempio in Giappone, proprio ora che una indipendenza energetica è necessaria è proprio la presenza delle centrali atomiche ad impedirla.

Il più piccolo degli incidenti nucleari può provocare il più grande dei disastri, ed è proprio per questo motivo che il Giappone ha dovuto bloccare la produzione di energia elettrica riducendo al minimo il funzionamento delle circa 10 centrali nucleari apparentemente senza danni post-terremoto. La poca flessibilità del modello energetico nucleare, la centralità del luogo di produzione energetica rispetto al luogo di consumo, la necessità di interrompere per motivi di sicurezza la produzione elettrica, hanno messo in ginocchio un paese tecnologicamente avanzato come il Giappone .

L’illusione che quotidianamente ci viene proposta è quella di una ritrovata autonomia energetica attraverso il piano di ritorno al nucleare. Autonomia? È paradossale che un sistema che rende autonoma una nazione, sia la prima realtà ad entrare in crisi in caso di incidente, imponendo alla Nazione stessa di razionare l’energia, di interromperla, di essere dipendente ancor di più dai paesi limitrofi.

Una centrale atomica non deve dare l’illusione di poter disporre, autonomamente, di una quantità di energia illimitata, capace di alimentare i consumi e una crescita economica senza un limite massimo. La fragilità del sistema energetico Giapponese è il paradosso più eloquente. Ora che serve autonomia e il nucleare “dovrebbe” garantirla, si devono “spegnere” le centrali per ragioni di sicurezza. Anche qui, parafrasando, è possibile affermare che la centralità del luogo di produzione dell’energia rispetto al luogo dei consumi è uno scoglio enorme da superare, proprio quando un’emergenza impone lo “stop” alla produzione. Il futuro passa per il decentramento energetico, progressivamente il luogo di produzione deve diventare il luogo di consumo, l’idea è quella di una rete di produzione di energie rinnovabili composta da milioni di singole unità distribuite in modo più o meno uniforme sul territorio. Un reale cammino verso l’efficienza energetica e verso il risparmio energetico, associato all’implementazione sempre più massiva delle fonti rinnovabili di energia, non per ultimo l’utilizzo dell’idrogeno, non significa tornare al medioevo ma significa essere parte del futuro. Solo la ricerca e gli investimenti mirati potranno permettere questa progressiva riconversione, che avrà come conseguenza anche l’abbattimento dei costi da sostenere per i singoli cittadini, oggi ancora molto alti. Il modello energetico di una Nazione rappresenta inevitabilmente il modello di sviluppo della Nazione stessa. Riflettiamoci.

Identificare un problema è il primo passo che ci accompagna alla soluzione del problema stesso.


Marco Possanzini

2011 Fuga dal nucleare