quello che non ho...

il teatro canzone di marcore’

 

“Come può un artista, un intellettuale, raccontare a chi non l’ha vissuto, cosa è stato il nostro tempo? Una volta chiesero a un direttore d’orchestra, Furtwangler: “Quanto dura il concerto di Mozart che lei dirigerà stasera?” E il direttore rispose: “Per lei dura quarantadue minuti, per chi ama la musica dura da 300 anni”.

Lo spettacolo inizia con le note di "Se ti tagliassero a pezzetti" del cantautore genovese Fabrizio De Andrè, dai cui versi - assieme agli scritti di Pier Paolo Pasolini - prende spunto questo viaggio ideato da Neri Marcorè, un itinerario che prende per mano lo spettatore e lo conduce dalla poltrona del teatro per fargli vedere realtà invisibili, incredibili, talvolta surreali, sfiorando con mano i pensieri “corsari”, andando anche in “direzione ostinata e contraria”.

In questo viaggio Marcorè si avvale del supporto di Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlin per voci e chitarre.

Un tuffo nel passato per recuperare quei riferimenti storici utili a connettere pensieri, visioni e realtà concretizzatesi a distanza di decine e decine di anni, realtà già descritte in moniti di parole rinchiuse in un articolo o in un testo, argomentate in una trasmissione, idee appena espresse e già assegnate al passato come inutili o superflue.

E invece superflui sono gli oggetti che ci circondano, tutte quelle plusvalenze che ruotano attorno al nostro esistere quotidiano, al punto che fatichiamo a notarlo e ancor di più ad ammettere la nostra innocente dipendenza.

Un racconto narrato a metà tra le visionarie profezie di Pasolini e i versi di De Andrè, entrambi poeti di punta, fini conoscitori della realtà che hanno intorno. O forse di più, abili descrittori di ciò che accadrà.

Marcorè cita il poeta friulano e il suo "pensare volando" per ribadire come i suoi pensieri guardassero ben oltre, sempre un po' più in là del comune sentire; e alla stessa maniera sul palco fa sì che come farfalle si susseguino domande sul nostro tempo, su questo secolo colmo di contraddizioni e condito di un benessere superfluo. Proprio il contrario di quanto ribadiva invece Faber con l'intento di voler "consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità", al contrario dell'uomo attuale, reso schiavo dalla maggioranza in questa corsa alla uniformità, e pertanto complice anche di scandali e disastri.

E mentre le perle di De Andrè risuonano nel Teatro Quirino, restituendo spunti di riflessione, allora prosegue il viaggio di questo neo teatro-canzone, con il nostro pronto ad elencare per i più scettici i temi caldi dell'immigrazione e dell'integrazione, la questione ambientale (il disastro di Priolo, il Coltan in Congo), la sofferenza dei minori (bambini soldato, lavoro e prostituzione minorile, mercato degli organi), i vecchi armatori ora definiti esportatori di industria bellica (d'altronde, governare significa detenere il potere).

"Quello che non ho" è tutto ciò che ci manca, tutto ciò che ci illudiamo di avere e che invece non ci rende felici, ma solamente più ansiosi e vuoti, perdendone la consapevolezza, in un vortice veloce che ci aliena. E a mirar tutta questa alienazione, viene voglia di restare ancora qui, in teatro, aggrappati alla poltrona e rimuginare su ciò che è stato e ci è stato detto, e a cui non abbiamo saputo dare ascolto. Ecco, questo il tassello più prezioso di questo spettacolo, che ci induce a riflettere, a porci domande su ciò che è stato, ma anche su ciò che è e che sarà.

“Com'è che non riesci più a volare”: per il finale, racchiuso in una domanda più grande rivolta al Paese Italia, arriva puntuale questo ritornello presente in “Canzone per l'estate” (Con le tue mani di carta per avvolgere altre mani normali e più niente per poterti vergognare) come a voler tornare con la mente a un passato, a un contesto storico che ci ha visto realizzare grandi cose facendo crescere la nostra terra, il nostro nome al cospetto della vetrina del mondo. “E’ venuta ormai l’ora di trasformarsi in contestazione vivente”, risponderebbe il buon Pier Paolo.

L'idea delle lucciole con cui lo spettacolo si chiude può essere forse interpretata come un'ancora di salvezza “tra un passato che non torna e un futuro che non arriva”?


Federico Parrella