riforma costituzionale

 

Perché votare No al referendum sulla “riforma” costituzionale di Renzi e Boschi


La recente sconfitta alle elezioni amministrative del partito borghese di Matteo Renzi rappresenta una sconfitta della “troika” e dei gruppi di potere che rinvengono interessi nell’attacco alle politiche sociali. È una sostanziale continuità con le lotte popolari contestualmente in atto a Parigi, dove il paese è in rivolta contro la nuova legge sul lavoro voluta da Hollande (che, non va dimenticato, era nel board di Jacques Deloirs) e Londra. E infatti anche gli inglesi hanno votato in maggioranza per andarsene, sganciandosi così dall’Unione europea mediante un referendum. Hanno votato a favore della brexit i vecchi, i poveracci e le fasce di popolazione meno istruite - si dirà -, è sempre così quando l’establishment si trova in difficoltà. Il comitato d’affari e dell’economia fittizia della borghesia e i pennivendoli suoi manutengoli, corifei di un sistema mediatico strettamente controllato, adesso ci terrorizzano con funesti presagi e orizzonti catastrofici nel caso di una dissoluzione dell’Unione europea. Anche in Italia si attende un referendum, si tratterà di un esercizio di democrazia diretta molto importante perché farà pronunciare il popolo sulla riforma costituzionale che l’esecutivo attualmente in carica vorrebbe varare. La retorica del cambiamento impera su tutti i teleschermi e sulle pagine degli organi di stampa controllati dagli “editori impuri” di questo disgraziato Paese: palazzinari, proprietari di industrie farmaceutiche, banche, e così via.

Ma che cos’è questo cambiamento che tanto vorrebbero imporre alla gente questi soggetti? Il referendum sulla controriforma costituzionale viene volutamente ridotto allo scontro/plebiscito sulla persona del presidente del Consiglio dei Ministri in carica - che, guarda guarda, tutti i giornalisti di regime, un po’ per strategie comunicative (ricerca dell’imprinting dell’opinione pubblica) un po’ per ignoranza, si ostinano a chiamare premier -, sul suo “giglio magico” e sui gruppi di interesse che gli consentono di vivacchiare ancora per un po’ a Palazzo Chigi, ma in realtà è un qualcosa di molto più grande. Già, perché la deriva autoritaria che incombe su questo Paese, frutto del cambiamento in un solo colpo di 47 articoli della Costituzione repubblicana, non rafforzerà soltanto in modo eccessivo i poteri dell’esecutivo in un contesto fortemente sbilanciato, bensì risponde a una strategia messa in atto da tempo, un attacco alla partecipazione democratica e al lavoro iniziata alcuni anni fa.

Ma, procediamo per gradi partendo dalle emozioni di oggi. Britannia rule ok! Londra esce dall’Unione europea e la sterlina crolla: c’era da aspettarselo, la speculazione sta colpendo la moneta inglese da un po’. Prepariamoci, dato che dovremo abituarci a questa forma di vero e proprio terrorismo, nelle sue varie forme, di questi più o meno chiari operatori di mercato. Sì, perché il rating britannico era già segnato da un pezzo: figuriamoci se i dieci maggiori soggetti della finanza internazionale, unitamente alla finanza nera, oltre a speculare sulla sterlina e i titoli inglesi non avrebbero utilizzato anche l’arma della pressione e del downgrading. A loro che gliene frega, tanto in ogni caso ci guadagneranno lo stesso, acquistando al ribasso e rivendendo in seguito anche soltanto a un penny in più. Morgan Stanley si è affrettata a definire il successo della brexit come un salto nel buio, una scelta che porterà alla recessione e all’instabilità economica e, sibillinamente, ha lanciato un appello alle banche centrali per un intervento finanziario, mentre la banca JP Morgan (che ha 16.000 addetti nel Regno Unito) ha immediatamente reso noto la sua intenzione di ridurre la quantità di personale attualmente alle sue dipendenze nella piazza finanziaria di Londra.

Ma restiamo ancora su questa banca, poiché la JP Morgan risulta fondamentale anche alla comprensione dello sviluppo della situazione italiana e delle forti pressioni esercitate dai potenti gruppi di potere affinché venga applicata appieno la cosiddetta “teoria della governabilità” in questo Paese. Infatti, in un suo documento emesso nel 2013 la banca JP Morgan ribadì che la Costituzione repubblicana italiana, nata dalla sconfitta del fascismo a opera anche dei grandi movimenti politici e sociali di quel periodo, è una “costituzione sociale”. Una costituzione sociale – si badi bene - non una “costituzione liberale”, quindi non una costituzione che definisce solo le regole dell’esercizio del potere, nella sostanza come si comanda e come il popolo indirettamente partecipa a questo esercizio di comando, ma una legge fondamentale dello Stato che interviene attivamente nella realtà. E come? Nel suo articolo 3 la Costituzione italiana sancisce un principio fondamentale: la Repubblica persegue l’uguaglianza, però riconosce che l’eguaglianza formale tra gli uomini non esiste se non viene raggiunta un’eguaglianza sostanziale, reale.

Ma l’eguaglianza reale, cioè quella fondata sull’eguaglianza sociale, la si può raggiungere soltanto se la Repubblica rimuove gli ostacoli che impediscono la piena eguaglianza e la piena partecipazione. La Repubblica è stata quindi demandata di questo compito dal popolo sovrano. La Repubblica, cioè l’insieme dei poteri che formano la società, e non soltanto il Governo. La Repubblica, che è fatta anche di strumenti di partecipazione, sindacati, organizzazioni sociali. La Repubblica è organizzata per rimuovere gli ostacoli che si frappongono a una vera eguaglianza tra i cittadini, ma come potrà espletare questa sua basilare funzione se nella sua seconda parte verrà trasformata in una sostanziale “monarchia autoritaria” che risponderà soltanto ai vincoli di natura economica calati dall’alto, da chi vive di rendita e di profitti?

Ebbene, nella Europe Economic Research pubblicata dalla banca d’affari JP Morgan del 28 maggio 2013 venne candidamente teorizzato l’attacco a costituzioni sociali come quella attualmente in vigore in Italia. Quel documento recitava così:

«I sistemi dei Paesi del Sud, e in particolare le loro costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea: primo, esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti (e, quindi, ecco qua la riforma costituzionale di Renzi e della Boschi); secondo, governi centrali deboli nei confronti delle regioni; terzo, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e (udite udite!) la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche».

A conferma della volontà di perseverare su questo insano impianto ci sono le più recenti “richieste” del Fondo monetario internazionale fatte alla Grecia affinché si rendano totalmente liberi da ogni vincolo i licenziamenti nel settore privato, si introducano rigidi limiti legislativi al diritto di sciopero dei lavoratori e si reintroduca il diritto di serrata, nel Paese ellenico vietato dalla legge fin dal 1982. Siamo dunque di fronte a una messa in discussione dell’emancipazione delle masse perfettamente rispondente alla logica del potere. 

In Italia i fautori della riforma costituzionale asseriscono a sostegno delle loro tesi due aspetti fondamentali, il primo è che da essa ne trarrà vantaggio il rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento e con esso anche l’iter di approvazione delle leggi, nonché verranno riequilibrati i poteri normativi del Governo.

Dunque, apparentemente una razionalizzazione della forma di governo parlamentare; il secondo aspetto verterebbe invece sul potenziamento del sistema delle garanzie. Ma è davvero così oppure i veri obiettivi di questa riforma costituzionale sono invece altri, e magari opposti a quelli enunciati dal manifesto per il Sì?

Sì, dietro al paravento costituito da queste affermazioni, così efficaci sul piano della propaganda, invece c’è ben altro: il fine di giungere a una iperstabilizzazione dei governi unitamente alla verticizzazione del potere - in una frase: un uomo solo al comando a scapito della rappresentanza, quindi della democrazia – oltreché di ridurre le garanzie politiche. Il gioco di parole è abile, concepito da menti fini. Nell’opinione pubblica viene volutamente ingenerata una confusione terminologica: razionalizzazione con verticalizzazione del potere e semplificazione con il suo opposto, cioè complessificazione nell’iter di formazione delle leggi.

Le forme di razionalizzazione della forma di governo parlamentare dovrebbero essere quelle della fiducia conferita dal parlamento al primo ministro (così come in Germania accade con la figura del cancelliere), della revoca di singoli ministri da parte del capo dell’esecutivo e, infine, la cosiddetta “sfiducia costruttiva” del governo. Ma una volta stabilizzato l’esecutivo si dovrebbe però rafforzare l’autonomia del parlamento stesso e le ipotesi esplorabili al riguardo sono diverse.

La più radicale è rappresentata dal monocameralismo affiancato da un sistema elettorale di tipo proporzionale; all’interno del parlamento la previsione di uno statuto delle opposizioni e la possibilità concessa alle minoranze di costituire commissioni di vigilanza sugli atti dell’esecutivo rafforzato; non solo, sempre all’interno del parlamento dovrebbe essere garantita la dialettica parlamentare mediante l’esclusione di misure come quelle del contingentamento dei tempi di discussione, dei maxiemendamenti e di voti di fiducia reiterati da parte degli esecutivi in carica. Il parlamento come luogo del compromesso, dove maggioranza e opposizione si confrontano, anche vivacemente, ma nelle reciproche autonomie. Per quanto riguarda l’attività legislativa, questo significherebbe - a differenza di quanto accade attualmente in Italia - ridurre l’inflazione legislativa (varo di troppi e confusi provvedimenti legislativi), prospettando invece una legislazione per principi, rafforzando il parlamento deputando a esso solo la legislazione di principio e demandando all’esecutivo la funzione di implementazione di essi mediante la potestà normativa secondaria. Ma delle citate misure di razionalizzazione ve ne è almeno una nel disegno di riforma costituzionale Renzi-Boschi? No, non ce n’è nessuna. Dunque l’obiettivo di essa non è la razionalizzazione della forma di governo.

   Ma allora nella riforma costituzionale sulla quale gli italiani dovranno decidere con il referendum di ottobre cosa c’è? 

   Sicuramente un dato che, preso in sé, non è negativo: la fiducia monocamerale, cioè soltanto la Camera dei Deputati e non più anche il Senato della Repubblica potrà conferire la fiducia ai governi. Ma è evidente che anche questa misura sbilancerà i rapporti tra governo e parlamento a tutto favore – guarda un po’ – a favore del primo. Il governo dominerà il parlamento. Infatti la legge elettorale voluta da Renzi e votata da chi gli si è messo vicino - anche in questo caso hanno scelto il termine davvero più adatto: Italicum, che tanto ricorda il funesto Italicus – darà la maggioranza a una minoranza all’interno dell’unica camera politica, il 54% dei seggi all’unica forza politica che, pur in minoranza, otterrà un voto in più rispetto alle altre forze politiche presentatesi alle elezioni (per altro con i capilista “bloccati” decisi dalle segreterie). La Camera dei Deputati sarà quindi servente del governo, altro che autonomia del parlamento! La scarsa dialettica parlamentare che oggi c’è subirà una ulteriore riduzione.

E il Senato? Non venendo abrogato dalla riforma costituzionale di questi apprendisti stregoni diverrà una “mina vagante” in grado di paralizzare l’intero sistema costituzionale. Per effetto di questa riforma anziché razionalizzarsi gli iter di formazione delle leggi si moltiplicheranno: nell’articolo 70, ultimo comma, c’è una norma che stabilisce che la decisione sull’iter da seguire sarà di competenza dei presidenti di Camera e Senato – una “cupola” -, con la conseguenza che, in caso di loro disaccordo si paralizzerà l’attività del parlamento; e le opposizioni staranno ferme? Pensate che non contesteranno le decisioni assunte dal presidente di maggioranza? Il risultato sarà l’esasperazione della conflittualità interna al parlamento, fornendo così alle opposizioni di utilizzare strumentalmente la confusione costituzionale data.

E ancora, è così determinato il criterio di riparto che viene stabilito che esso debba avere un oggetto proprio, ma numerosissime materie si configurano in realtà come trasversali e contemplano più oggetti, quindi la scelta dell’iter di formazione diverrà in questo modo altamente discrezionale. E se i presidenti del parlamento commettono errori nel corso dell’iter di formazione delle leggi il sistema stabilisce che intervenga la Corte costituzionale, con un conseguente incremento del livello di conflittualità anche di fronte a essa.

Andiamo avanti. Nel riparto di competenze tra Stato e Regioni viene re-introdotto il principio dell’interesse nazionale, cioè quella breccia attraverso la quale nel passato poté transitare l’invasività centralista e la compressione dell’autonomia delle Regioni. Una ulteriore causa di conflittualità dunque, con buona pace della dichiarata semplificazione.

La verticalizzazione del sistema potere si esprimerà poi anche attraverso la prerogativa a dichiarare lo stato di guerra (articolo 78), decisione che con la riforma costituzionale verrà rimessa a una sostanziale minoranza parlamentare, l’unico partito che si vedrà assegnati dall’Italicum il 54% dei seggi. Una miopia che non aggredisce i veri nuclei di crisi costituzionale: chi e come definirà il concetto stesso di guerra in un contesto come quello attuale? Gli interventi militari di diverso tipo effettuati delle Forze armate della Repubblica vanno considerati ”guerra”? quale controllo eserciterà il parlamento? A rigor di logica riguardo a una materia così delicata dovrebbe essere incrementato il potere di controllo del parlamento.

E il Capo dello Stato? Come verrà eletto? L’articolo 83 della Costituzione riformata da Renzi prevede che lo faccia il parlamento in seduta comune, cioè da 630 deputati e 100 senatori, con un evidente forte sbilanciamento in favore di quelle che saranno  le maggioranze del momento, quindi con una riduzione delle garanzie. Lo decideranno Renzi (o Grillo) e pochi altri. Ma non solo: dal settimo scrutinio saranno sufficienti 3/5 dei votanti, una maggioranza qualificata? Mica è detto, perché in caso di astensione concordata a livello politico – quindi lecito – potrebbe portare a una Presidenza della Repubblica di astensione.

Eppoi, i poteri normativi del governo vengono riequilibrati dalla riforma costituzionale di Renzi? Sì, è vero, il decreto legge viene razionalizzato e si introduce una apparente limitazione della decretazione di urgenza, però al contempo si introduce l’istituto del voto a data certa: nei casi in cui l’esecutivo ritenga fondamentale ai fini della propria linea politica – quindi, sostanzialmente, quando vuole lui – impone al parlamento la conclusione dell’iter legislativo entro settanta giorni. Ma allora, di fatto, se entrerà in vigore questa costituzione riformata il governo avrà a disposizione non due, ma tre strumenti per svolgere la propria attività normativa: un disegno di legge da presentare in parlamento per la sua discussione e lo promulga (il partito di governo in parlamento dovrebbe contare sulla maggioranza), e fin qui tutto bene perché viene rispettata l’autonomia delle camere e l’iniziativa politica del governo; i decreti legge successivamente (entro il termine di sessanta giorni) convertiti in legge; poi ci sarà la data certa, che entro settanta giorni risolverà i problemi dell’esecutivo. Ma è evidente che il governo farà di tutto per attivare questo terzo strumento che gli consentirà di tagliare la testa al toro.

Articolo 71, le garanzie all’iniziativa popolare. La riforma Renzi va a triplicare il numero di firme necessarie che i cittadini dovranno raccogliere: da 50.000 a 150.000. Per quanto riguarda l’iniziativa legislativa il testo di riforma rinvia a una successiva (quando e come?) dei regolamenti parlamentari affinché l’iniziativa legislativa popolare abbia un seguito certo in parlamento (va ricordato che si tratta di uno delle tre espressioni di democrazia attualmente previste dalla Costituzione repubblicana); per quanto riguarda invece i referenda (propositivo e di indirizzo) e un’altra cosa stranissima, le consultazioni delle formazioni sociali, c’è un rinvio a una legge costituzionale e a una legge bicamerale. Ma è poco chiaro cosa sia un referendum propositivo e altrettanto oscuro è cosa sia un referendum di indirizzo, per quanto attiene poi alle consultazioni delle cosiddette formazioni sociali si è nel buio più completo. È dunque un’enunciazione di principio che in seguito non troverà mai attuazione? Possibile, data anche la propensione alla “politica degli annunci” di questo governo, comunque allo stato attuale l’unica cosa certa sarà l’innalzamento della soglia di firme da raccogliere, che renderà più difficile l’iniziativa legislativa popolare.

I contrappesi costituzionali restano, ma ne vengono però intaccate le funzioni e i poteri. Esempio: in caso di scioglimento delle Camere e l’incarico e la nomina del governo i poteri del Presidente della Repubblica verranno depotenziati dalla legge elettorale che garantisce la maggioranza al premier? Le consultazioni dei gruppi parlamentari avranno la stessa efficacia? La risposta a questi fondamentali quesiti evidentemente è no, i poteri di garanzia di carattere istituzionale subiranno una riduzione.

L’unica garanzia politica posta in costituzione nelle forme di governo parlamentare è il parlamento, che bilancia l’esecutivo in quanto può concedergli la fiducia ma può anche togliergliela. Dunque una verticalizzazione del potere, unita a una riduzione delle garanzie, sottrarrà al parlamento la sua garanzia maggiore, quella di potersi contrappore al governo.

Il passo finale della messa in discussione della Costituzione repubblicana ha avuto inizio trenta anni fa con la controrivoluzione liberista basata, appunto, sulla teoria della governabilita. Quando in Italia il Governo Craxi mise in discussione le conquiste sociali nel mondo del lavoro con l’attacco alla “scala mobile”. Vennero dunque messi in discussione i diritti democratici sanciti nel 1948. Oggi purtroppo siamo giunti alla fase finale. Alla luce di tutto quanto è stato affermato emerge con chiarezza perché sia auspicabile una vittoria dei No al prossimo referendum sulla controriforma costituzionale e, a maggior ragione, anche la più rapida possibile caduta del governo Renzi. 


Spartaco Praghesi